Enrico Melozzi
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Hector Berlioz. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Roma, aprile 1831. Hector Berlioz, ventisette anni, è a Villa Medici da vincitore del Prix de Rome, e riceve da Parigi la lettera che teme da settimane: la sua fidanzata, la pianista Camille Moke, sposa un altro. E non un altro qualsiasi: Camille Pleyel, l’erede della fabbrica di pianoforti più famosa di Francia. A scrivergli, con perfidia supplementare, è la madre di lei.

Quello che segue non è una ricostruzione maliziosa dei biografi: lo racconta Berlioz stesso, per filo e per segno, nelle sue Memorie, uno dei libri più spudorati che un musicista abbia mai scritto. Il piano, concepito in un pomeriggio: tornare a Parigi, presentarsi in casa Moke travestito da cameriera, con tanto di abito, cappellino e velo comprati apposta; introdotto nel salotto, estrarre le due pistole a doppia canna e uccidere la madre, la figlia e lo sposo; quindi uccidersi. E siccome le pistole possono incepparsi, in tasca anche le boccette di laudano e stricnina. Comprò tutto, salì sulla diligenza e partì verso nord.

La tragedia scivolò nella farsa alla prima tappa: a Genova, nel trambusto del cambio di carrozza, il bagaglio con il travestimento andò perduto. Berlioz, che alle proprie sceneggiate credeva sempre però con l’emivita di un temporale estivo, se ne fece ordinare un altro, poi arrivò a Nizza, vide il mare, e il piano evaporò. Restò a Nizza venti giorni, che definì i più felici della sua vita: dormì, nuotò, e scrisse l’ouverture del Re Lear. Chiese perfino scusa per lettera al direttore di Villa Medici, che lo riaccolse fingendo di credere alla versione del viaggio di svago.

L’episodio è irresistibile, ma va letto per quello che è: il romanticismo allo stato puro, dove il confine tra vita e melodramma non è sottile, è abolito. Berlioz è lo stesso uomo che due anni prima aveva trasformato un’ossessione amorosa non corrisposta nella Sinfonia fantastica, con tanto di marcia al supplizio e sabba finale: l’assassinio in abito da cameriera è la brutta copia di un’opera che per fortuna scelse di scrivere in note e non in cronaca. E le Memorie, che stanno nella biblioteca di Melos e si leggono come un romanzo, sono il documento di un’epoca in cui un artista raccontava il proprio peggio con orgoglio, certo che la posterità avrebbe capito. Aveva ragione: capiamo, ridiamo, e subito dopo mettiamo su la Fantastica.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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