John Broadwood & Sons, pianoforte a coda, Londra, 1827. New York, Metropolitan Museum of Art. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Augusta, 17 ottobre 1777. Mozart ha ventun anni, è in viaggio verso Mannheim e Parigi, e scrive al padre una lettera piena di entusiasmo per i pianoforti di Johann Andreas Stein. Loda lo scappamento, che lascia ricadere il martelletto senza far tremare la corda. Poi aggiunge una riga che oggi sembra una nota a margine e invece è l’atto di nascita di un suono: anche la macchina che si preme con il ginocchio Stein la fa meglio degli altri, basta sfiorarla e funziona.
La macchina è una leva di legno montata sotto la tastiera. Il pianista la spinge verso l’alto con il ginocchio e la leva solleva tutti gli smorzatori insieme, i piccoli cuscinetti che stanno appoggiati sulle corde e le zittiscono appena il dito lascia il tasto. Tolti gli smorzatori, ogni nota continua a vibrare dopo essere stata suonata, e soprattutto vibrano le corde che nessuno ha toccato: rispondono per simpatia agli armonici delle altre, e lo strumento intero si mette a risuonare come una cassa armonica aperta. Prima di Stein esistevano già dispositivi simili, ma si azionavano con la mano, che bisognava staccare dalla tastiera. Con la ginocchiera le mani restano dove sono.
Per Mozart resta comunque un effetto, da usare in certi passaggi, come un registro del clavicembalo. Il salto successivo avviene a Londra, dove i costruttori spostano il comando dal ginocchio al piede. Il pianoforte a coda che Americus Backers costruisce nel 1772, oggi ad Apsley House, è il più antico esemplare conosciuto con un pedale forte e uno piano; intorno al 1783 li monta anche John Broadwood. I costruttori tedeschi e viennesi ci arrivano più lentamente, e per qualche decennio ginocchiere e pedali convivono sotto le stesse tastiere.
In partitura il pedale compare già negli anni novanta del Settecento: nella Sonata in do maggiore che Haydn scrive a Londra si legge «open Pedal». Beethoven ne fa la condizione di un movimento intero. Nel 1801, in testa al primo tempo della Sonata in do diesis minore op. 27 n. 2, quella che il mondo chiama Al chiaro di luna, scrive: «Si deve suonare tutto questo pezzo delicatissimamente e senza sordino». Senza sordino vuol dire con gli smorzatori alzati, dall’inizio alla fine. Su un pianoforte viennese del 1801, con corde sottili e un suono che si spegne in fretta, le armonie si sovrappongono in una velatura leggera. Su un gran coda di oggi, che tiene il suono molto più a lungo, la stessa indicazione eseguita alla lettera produce una nebbia in cui le linee si perdono: è la ragione per cui i pianisti discutono da due secoli su quanto obbedire. Beethoven intanto cambia strumento. L’Érard che riceve da Parigi nel 1803 ha quattro pedali; il Broadwood che gli arriva da Londra nel 1818 ha il pedale di risonanza diviso in due, uno per i bassi e uno per gli acuti.
Il resto dell’Ottocento trasforma l’effetto speciale in una condizione permanente. Il pianoforte romantico si suona con il piede destro quasi sempre abbassato e sollevato a ogni cambio d’armonia, e il suono che associamo a quel secolo, i bassi che reggono un accordo mentre la mano destra canta tre ottave più su, è in gran parte il suono delle corde lasciate libere. Nel 1844, all’Esposizione dei prodotti dell’industria di Parigi, la ditta Boisselot di Marsiglia presenta un terzo pedale capace di tenere sollevati soltanto gli smorzatori delle note già abbassate; Albert Steinway lo perfeziona e lo brevetta nel 1874. È il pedale di mezzo dei gran coda moderni. Quello di destra fa ancora oggi esattamente ciò che la leva di Stein faceva ad Augusta: alza tutti i feltri insieme.
