Enrico Melozzi
0%

Josef Danhauser, Liszt al pianoforte, 1840. Berlino, Alte Nationalgalerie. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Martedì 9 giugno 1840, Londra, Hanover Square Rooms. La sala dove sessantacinque anni prima Johann Christian Bach aveva cominciato a dare i suoi concerti è piena di gente che ha letto un annuncio insolito: Liszt’s Pianoforte Recitals. Nessuno, fino a quel momento, aveva usato quella parola per la musica. Recitare si recitavano i versi, le orazioni, le parti a teatro. Sul palco ci sono un pianoforte e un uomo solo, e per tutta la sera non salirà nessun altro.

L’uomo era nato il 22 ottobre 1811 a Doborján, un villaggio della contea di Sopron nel Regno d’Ungheria che oggi si chiama Raiding e sta in Austria. A ventotto anni era già il pianista più famoso d’Europa, e aveva deciso di cambiare la forma stessa del concerto. Fino ad allora una serata musicale era un programma misto: un’ouverture, un’aria d’opera, un concerto per solista e orchestra, un pezzo da camera, di nuovo un cantante. Il virtuoso era un numero tra i numeri. Liszt tolse tutto il resto. Nello stesso 1840 Josef Danhauser lo dipinse al pianoforte in un salotto, con il busto di Beethoven sullo strumento e attorno una piccola folla di amici illustri: è ancora la musica come conversazione privata. Il recital sarebbe stato il contrario, una sala pubblica, un biglietto pagato e nessuno accanto.

L’esperimento era cominciato l’anno prima, a Roma, nel 1839. Lì Liszt aveva suonato serate intere da solo, e le chiamava con ironia soliloqui musicali. Alla principessa Cristina Belgiojoso, che a Parigi lo aveva ospitato nel suo salotto, scrisse la formula che è rimasta: Le concert, c’est moi. Era una parodia di Luigi XIV, e insieme la descrizione esatta di quello che stava facendo. Ma a Londra, l’estate dopo, l’invenzione trovò il suo nome: i manifesti annunciavano recital, al plurale, e Alfred Brendel ha osservato che la parola suggeriva proprio questo, una recitazione di brani musicali, la testimonianza di un modo di suonare che declamava.

Con il nome arrivarono le regole che usiamo ancora. Liszt suonava programmi interi senza spartito sul leggio, e il pubblico non era abituato a vederlo: le caricature dell’epoca insistono proprio su questo. Mise il pianoforte di traverso, perpendicolare al pubblico, perché la sala vedesse il suo profilo e il coperchio aperto proiettasse il suono verso le file. Attraversava il repertorio da Bach a Chopin, accanto alle proprie trascrizioni e parafrasi. Prima di lui il pubblico andava a sentire una serata; dopo di lui andava a sentire una persona. Heinrich Heine, che nel 1844 coniò per il fenomeno la parola Lisztomania, descrisse l’effetto che la sola comparsa del pianista faceva sulla sala.

Si dice che Liszt abbia inventato il recital solista, e la frase va presa alla lettera in due tempi: a Roma inventò la cosa, a Londra la parola. Insieme fanno il recital come forma, cioè come promessa scritta sul manifesto: un solo interprete, un solo strumento, tutta la sera, e l’idea che questo bastasse. Il rischio era enorme, perché toglieva al pubblico la varietà che pagava e gli offriva in cambio una personalità. Funzionò al punto che oggi il recital ci sembra la condizione naturale del pianoforte, e i programmi misti dell’Ottocento una stranezza da antiquari.

Il periodo dei grandi giri durò otto anni. Liszt diede l’ultimo concerto a pagamento nel settembre del 1847, a Elisavetgrad, l’odierna Kropyvnytskyi in Ucraina, e poi smise di suonare per denaro. Aveva trentacinque anni, e davanti a sé ancora quasi quattro decenni di vita come compositore, direttore e maestro. La parola che i londinesi avevano letto sul manifesto delle Hanover Square Rooms è ancora quella che si stampa sui programmi di sala, quasi due secoli dopo.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
♪ Ascolta la mia musica
🇮🇹 IT ▾