Ritratto di Fedele Fenaroli. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Fra il 1650 e il 1800, a Napoli, quattro orfanotrofi hanno prodotto la maggior parte dei compositori d’Europa. Santa Maria di Loreto, Sant’Onofrio a Capuana, la Pietà dei Turchini, i Poveri di Gesù Cristo. Da quelle stanze escono Pergolesi, Piccinni, Paisiello, Cimarosa, Zingarelli, e da Zingarelli esce Bellini. Nessuno di loro, in dieci anni di collegio, ha mai aperto un manuale di armonia. I manuali di armonia non esistevano ancora.
Quello che avevano al posto dei manuali si chiama partimento. È una riga sola di musica, il basso, scritta su un rigo solo, a volte con dei numeri sopra e a volte senza niente. Il ragazzo si siede al cembalo e da quella riga tira fuori un pezzo intero, con le voci, le imitazioni, le cadenze al posto giusto. Non lo scrive: lo suona. Il pezzo esiste solo mentre lo sta facendo, e la prova che l’ha imparato è che il giorno dopo lo rifarà diverso.
La differenza con il modo in cui si insegna oggi è totale, e conviene dirla in termini pratici. Un corso moderno di armonia parte da una regola generale e poi la applica: il grado, la funzione, la risoluzione. Il partimento parte dal contrario, cioè da una situazione fisica delle mani. Il basso sale di un tono, allora sopra succede questo. Il basso scende di quinta, allora succede quest’altro. Il basso resta fermo, allora quest’altro ancora. Sono formule di movimento, non concetti, e i napoletani le chiamavano i moti del basso.
La struttura portante di tutto l’edificio è la regola dell’ottava: una scala, otto note al basso, e per ciascuna delle otto un accordo stabilito. Chi sapeva quella, sapeva armonizzare qualunque cosa che si muovesse per gradi congiunti, che nella musica del Settecento è la maggior parte. Comparve a stampa in Francia, in un trattato per chitarra di François Campion del 1716, ma a Napoli si insegnava a bottega da prima e senza libro.
I materiali sopravvivono, e sono migliaia di fogli. Le raccolte di Francesco Durante, che insegnò per decenni e che di questo metodo è il vero architetto, comprendono partimenti numerati, partimenti diminuiti in cui il basso stesso si mette a correre, e partimenti fugati, cioè fughe intere da ricostruire a partire dalla sola voce grave. Fedele Fenaroli, che di Durante fu allievo, nel 1775 pubblicò le sue regole, e quel libretto restò in uso nei conservatori italiani fino all’Ottocento inoltrato.
Accanto al partimento c’era il solfeggio, che allora non voleva dire leggere le note a voce. Voleva dire cantare una melodia scritta apposta sopra un basso che l’insegnante realizzava al cembalo, e i solfeggi napoletani sono composizioni vere, spesso bellissime, costruite per far passare nella gola del ragazzo le stesse formule che le mani stavano imparando sulla tastiera. Il metodo funzionava perché arrivava per due strade contemporaneamente.
Poi c’era il tempo, e il tempo è la parte che oggi nessuna istituzione potrebbe più permettersi. Un ragazzo entrava a otto o dieci anni e restava dieci anni. Dormiva lì, mangiava lì, studiava, cantava in chiesa per pagarsi il collegio, e nel frattempo insegnava ai più piccoli, perché il sistema si reggeva sui mastricelli, gli allievi grandi che facevano lezione ai nuovi. Quando usciva aveva alle spalle qualche migliaio di ore di composizione fatta con le mani, e nessun esame scritto.
La conseguenza si sente. La velocità con cui questi compositori scrivevano non è un aneddoto sul genio, è un effetto tecnico: avevano in dita un repertorio di soluzioni già montate, e componendo non decidevano nota per nota, sceglievano fra schemi che conoscevano da quando avevano dieci anni. Cimarosa e Paisiello consegnavano opere in poche settimane perché la loro formazione era stata costruita per quello.
Il metodo è morto nell’Ottocento, e non per una ragione musicale. È morto quando i conservatori sono diventati scuole con classi, orari, materie separate e programmi ministeriali, cioè quando armonia, contrappunto e composizione sono diventati tre corsi diversi tenuti da tre persone diverse. Il partimento era esattamente il contrario: una cosa sola, fatta seduti allo strumento.
Da una ventina d’anni la ricerca lo ha rimesso in circolo. Robert Gjerdingen ne ha ricostruito i modelli in Music in the Galant Style, uscito nel 2007, e Giorgio Sanguinetti ha pubblicato nel 2012 The Art of Partimento, che è a oggi il libro di riferimento. Nei conservatori italiani il partimento è tornato in qualche programma, come materia. Cioè, di nuovo, come corso.
