Nel 1808 un violinista milanese di ventitré anni apre bottega in Contrada di Santa Margherita. Si chiama Giovanni Ricordi, e il mestiere che sa fare è copiare musica. Sei anni dopo, nel 1814, ottiene l’incarico di copista del Teatro alla Scala. In quel momento, senza che nessuno se ne accorga, la proprietà della musica italiana cambia di mano.
Per capire perché, bisogna sapere che cosa fosse davvero un copista, e non è quello che la parola suggerisce oggi. Fino a metà Ottocento la stragrande maggioranza della musica non veniva stampata. Stampare costava, richiedeva macchine e tirature, e aveva senso solo per la roba che si vendeva in tanti esemplari, cioè canzoni da salotto e danze per pianoforte. Tutto il resto, opere comprese, circolava in copie manoscritte. Il compositore consegnava una partitura, e da quella un uomo con la penna ricavava a mano tutte le parti per l’orchestra e per i cantanti.
Questo significa tre cose. La prima è che senza copisti l’opera non andava in scena, materialmente. La seconda è che il copista era il collo di bottiglia della produzione: i tempi di una stagione dipendevano da quanto in fretta si copiava, e per questo le botteghe tenevano squadre di uomini pagati a foglio, a cottimo, come i tipografi. La terza è la più importante: chi copiava aveva in casa l’unica cosa che contasse, cioè il materiale d’esecuzione. Chi possedeva quello, possedeva l’opera. Poteva noleggiarla ad altri teatri, e lo faceva.
Ricordi capisce questo prima di chiunque altro in Italia. Nel 1814 non compra un archivio, si prende il diritto di fabbricarlo. Da quel momento ogni titolo che passa dalla Scala passa dalle sue mani, e ogni volta che un teatro di provincia vuole quel titolo deve chiedere a lui. Nel 1825 acquista dalla Scala il fondo degli autografi. La casa che ne esce pubblicherà Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini, e per un secolo deciderà che cosa si suona in Italia.
A Vienna il meccanismo era lo stesso con nomi diversi. Wenzel Sukowaty era il copista ufficiale del Burgtheater, e dalla sua bottega sono uscite le parti delle opere di Mozart eseguite in quel teatro. Johann Traeg, dal 1799, pubblicava un catalogo dal quale si potevano ordinare per posta copie manoscritte di migliaia di composizioni: una casa editrice senza stampa, che vendeva copie fatte a mano su richiesta.
Il rovescio è che l’intera storia della musica che leggiamo è passata per le mani di questi uomini, e le loro mani hanno lasciato traccia. Un copista distratto salta una battuta, e quella battuta manca per due secoli. Un copista zelante corregge una dissonanza che gli sembra sbagliata, e la correzione entra nella tradizione. Quando una fonte sola sopravvive, l’errore diventa il testo.
Il caso limite è il più famoso di tutti. La partitura del Requiem consegnata alla vedova di Mozart e poi al committente non è interamente di mano di Mozart, ed è stata scambiata a lungo per tale proprio perché era la copia buona, quella d’uso. La distinzione tra chi ha inventato la musica e chi l’ha messa in bella copia, che a noi sembra ovvia, nel Settecento non stava scritta da nessuna parte sul foglio.
C’è anche il capitolo dei copisti che erano compositori. A Lipsia, per le cantate settimanali, Bach faceva copiare le parti alla moglie Anna Magdalena e ai figli, e la grafia di Anna Magdalena assomiglia alla sua al punto che per decenni alcune fonti sono state attribuite male. Il famoso Notenbüchlein del 1725 è un quaderno di casa in cui le due mani si alternano.
Il mestiere è finito con la litografia e poi con l’incisione industriale, che dalla metà dell’Ottocento hanno reso conveniente stampare anche le partiture grandi. Da allora la parola copista indica un’altra cosa, cioè chi prepara le parti dagli originali dei compositori viventi, spesso di corsa, spesso la notte prima della prima prova. Il mestiere non è scomparso, è solo diventato invisibile: in Italia oggi lo fanno quasi sempre gli stessi compositori, gratis, davanti a un programma di videoscrittura musicale.
La casa fondata dal copista di ventitré anni è stata comprata nel 1994 dalla Bertelsmann. L’archivio storico è a Milano e contiene, fra le altre cose, i manoscritti autografi di gran parte delle opere italiane dell’Ottocento. Sono arrivati fin lì perché nel 1814 qualcuno aveva capito che il potere non stava nello scrivere la musica, ma nel tenere le carte.
