Enrico Melozzi
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Francesco Guardi, «Il concerto delle dame», 1782. Alte Pinakothek, Monaco di Baviera. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Le prime musiciste professioniste stipendiate d’Europa erano orfane veneziane, e il loro posto di lavoro era un ospizio. L’Ospedale della Pietà, sulla Riva degli Schiavoni, accoglieva bambine abbandonate. Una parte di loro veniva selezionata per la musica e formava il gruppo che i documenti chiamano figlie di coro. Suonavano, cantavano, insegnavano alle più piccole e venivano pagate.

Il meccanismo va guardato per quello che era, senza sentimentalismi in nessuna delle due direzioni. Venezia aveva quattro ospedali di questo tipo, la Pietà, i Mendicanti, gli Incurabili e i Derelitti, tutti con un coro e un’orchestra. Erano istituzioni caritatevoli finanziate da lasciti e da donazioni, e la musica non era un passatempo per le ricoverate: era il motore economico del posto. La gente veniva ad ascoltare, e chi ascoltava lasciava soldi. Un ospedale con un coro bravo raccoglieva più offerte di uno con un coro mediocre, quindi conveniva investire su maestri di prim’ordine e su strumenti buoni.

Ne segue tutto il resto. Alla Pietà venne assunto nel 1703 un prete di venticinque anni come maestro di violino, Antonio Vivaldi, che vi lavorò a intermittenza per decenni. Accanto a lui, come maestro di coro, c’era Francesco Gasparini. La musica che scrivevano non era musica facile: era musica difficile, scritta per esecutrici che avevano tempo e obbligo di studiare tutti i giorni.

Sulle parti autografe che si sono conservate compaiono i nomi delle ragazze. Anna Maria dal Violin, che ebbe una carriera lunghissima e per la quale Vivaldi scrisse concerti su misura. Pellegrina dall’Oboe. Prudenza, Chiaretta, Michielina. Il cognome, non avendone uno, era lo strumento. In un’epoca in cui una donna non poteva salire su un palcoscenico se non come cantante d’opera, e con tutto quello che quel mestiere comportava socialmente, qui c’erano ragazze che suonavano il violino, il violoncello, l’oboe, il fagotto, l’organo, il timpano.

Il pubblico non le vedeva quasi. Le esecuzioni avvenivano dietro grate, in tribuna, e questo per gli ascoltatori del Settecento faceva parte dell’attrattiva: musica che arrivava da un luogo invisibile, eseguita da persone di cui si sapeva soltanto il nome di battesimo. Jean-Jacques Rousseau racconta nelle Confessioni di esserne stato letteralmente rapito e di avere insistito per conoscerle di persona; quando finalmente gliele fecero vedere, scrive di essersi ritrovato davanti a donne comuni, alcune segnate dal vaiolo, e che l’incanto si ruppe. È una pagina spiacevole e istruttiva, perché dice esattamente che cosa il pubblico stesse comprando.

Il rapporto di lavoro era vero e vincolato. Le figlie di coro ricevevano vitto, alloggio e una retribuzione, avevano gradi interni, e le più anziane diventavano maestre con il compito di istruire le nuove, il che teneva in piedi il sistema senza pagare docenti esterni. In cambio c’erano obblighi stretti: non si suonava fuori dall’istituzione senza permesso, e chi usciva per sposarsi lo faceva con una dote e, in vari casi documentati, con l’impegno a non esibirsi più in pubblico. Il talento apparteneva alla casa.

Alcune scelsero di restare per tutta la vita, e non è difficile capire perché. Fuori, per una donna senza famiglia, non c’era nessun mestiere che le desse uno strumento in mano, un maestro, un’orchestra e un pubblico. Dentro, era la prima esecutrice della città.

Il sistema si spense con la Repubblica. Caduta Venezia nel 1797, le rendite che tenevano in piedi gli ospedali si dissolsero, e con esse i cori. Restano le carte: registri, ruoli, elenchi di paghe, e soprattutto centinaia di concerti che oggi si eseguono nelle sale da concerto senza che quasi mai il programma di sala spieghi per chi erano stati scritti.

Il punto che vale ancora oggi è questo: quelle ragazze non sono diventate musiciste per talento naturale né per bando pubblico. Sono diventate musiciste perché un’istituzione aveva un motivo economico concreto per formarle bene, e le formava tutti i giorni, per anni, dentro il posto dove poi lavoravano.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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