I danzatori della prima della Sagra della primavera nei costumi di Nicholas Roerich, 1913. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Il teatro era nuovo di zecca, inaugurato da due mesi: il Théâtre des Champs-Élysées, cemento armato e bassorilievi, il più moderno di Parigi. Il pubblico era quello dei Balletti russi di Diaghilev, metà aristocrazia in diamanti, metà avanguardia in maglione. La sera del 29 maggio 1913 andava in scena un balletto nuovo di un russo di trent’anni, Igor Stravinskij: Le Sacre du printemps, la Sagra della primavera. Durò trentatré minuti. Il rumore che fece dura ancora.
I primi fischi arrivarono a poche battute dall’inizio, sul fagotto che sale nel registro più acuto e non sembra più un fagotto. Quando il sipario si aprì sui danzatori di Nijinsky, piegati e martellanti, coi piedi in dentro, altro che punte, la sala si spaccò: insulti contro il palcoscenico, insulti contro chi insultava, signore che schiaffeggiavano signori, sfide a duello annunciate tra i palchi. L’orchestra di Monteux continuò a suonare dentro un frastuono tale che i danzatori non la sentivano più: Nijinsky, in piedi su una sedia in quinta, urlava i numeri delle battute, e Stravinskij, che era corso nel retropalco, lo teneva per i vestiti perché non si buttasse in scena. Diaghilev faceva accendere e spegnere le luci di sala per calmare la folla. La polizia intervenne all’intervallo. I giornali l’indomani coniarono il gioco di parole che restava: il Massacre du printemps.
Fin qui la rissa, che è la parte famosa. La parte istruttiva viene dopo, e in fretta. Meno di un anno più tardi, aprile 1914, la Sagra fu eseguita nella stessa città in forma di concerto, senza balletto: trionfo totale, e Stravinskij portato fuori dalla sala in trionfo sulle spalle del pubblico. Stessa musica, stessa Parigi, undici mesi di distanza. Il che autorizza un sospetto che gli storici coltivano da tempo: quella sera del 1913 lo scandalo non lo fece la musica, lo fece la coreografia, e forse lo fece soprattutto il pubblico, che a uno spettacolo di Diaghilev andava anche per quello, come si va a un derby. Lo scandalo era parte del biglietto.
Resta il fatto che nessun’altra serata della storia della musica ha segnato così nettamente un confine: c’è un prima e un dopo il Sacre, come Stravinskij stesso, che pure amò travestirsi da uomo del passato, sapeva benissimo. E resta una consolazione per chiunque scriva musica oggi, davanti a platee educate che applaudono tutto: almeno una volta, per trentatré minuti, la musica nuova è stata una cosa per cui la gente si è picchiata. Non è il silenzio rispettoso, il contrario dell’amore. È l’indifferenza.
