Enrico Melozzi
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Prima pagina autografa di una fuga del Clavicembalo ben temperato di Bach. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Il tema con variazioni sembra la forma più facile da ascoltare: c’è una melodia, e poi la stessa melodia truccata in dieci modi. In realtà è la forma in cui l’ascoltatore si perde prima, e il motivo è un equivoco: si cerca di seguire la melodia. Errore. Nella maggior parte delle grandi variazioni, la melodia è la prima cosa che il compositore butta via.

Quello che resta, e che tiene in piedi tutto, è lo scheletro sotto: il giro armonico e il basso. Le Variazioni Goldberg di Bach sono l’esempio perfetto: dell’aria iniziale, così famosa, nelle trenta variazioni non sopravvive quasi una nota. Sopravvive il basso, le stesse trentadue misure di fondamenta, su cui Bach costruisce trenta edifici diversi. Il modo giusto di ascoltarle è lo stesso che consigliamo per la fuga: orecchio in basso, dove abita la struttura, e lasciare che le acrobazie di sopra arrivino da sole.

Capito il meccanismo, il gioco diventa riconoscere le mosse, che sono sorprendentemente poche e ricorrono da Byrd a Brahms. La variazione che accelera, dove il tema si sminuzza in note veloci. Quella in minore, sempre una almeno, il momento in cui la festa si vela. Quella lenta e ornata, l’aria da opera travestita. Il canone o il fugato, quando il compositore mostra i muscoli del contrappunto. E il finale, che quasi sempre o torna al tema nudo, come nelle Goldberg, con un effetto di commiato che stringe il cuore, o esplode in una girandola che del tema fa il funerale più allegro possibile.

Poi c’è il vertice della forma, dove la variazione diventa filosofia: partire da un materiale volutamente povero e cavarne un mondo. Diabelli spedì ai compositori austriaci un valzerino dozzinale chiedendo una variazione a testa; Beethoven, che lo definì un ciabattino rattoppato, ci scrisse sopra da solo trentatré variazioni che sono la più grande opera pianistica dell’Ottocento. Il messaggio, valido anche fuori dalla musica, è che il tema non conta quasi niente: conta cosa ci vedi dentro. Per questo la forma non è mai morta, dal basso ostinato barocco al giro di accordi su cui improvvisa il jazz, fino al producer che campiona quattro battute e ci costruisce un pezzo: sono tutte variazioni, e chi ha l’orecchio allenato sullo scheletro le riconosce al volo. Il tema è il pretesto. La variazione è il pensiero.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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