Carl Czerny. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Per generazioni di studenti di pianoforte, Czerny è una condanna: gli studi sulla velocità, gli esercizi a metronomo, la ginnastica. È un’ingiustizia storica di quelle serie, perché Carl Czerny è un’altra cosa: è il cavo che collega direttamente Beethoven a Liszt, e uno dei testimoni più preziosi che la storia dell’interpretazione possieda.
I fatti. Nel 1801 un bambino viennese di dieci anni viene portato da Beethoven, che lo ascolta suonare e lo prende come allievo: per tre anni Czerny studia con lui, e per tutta la vita gli resterà accanto, fino a eseguire in pubblico, primo dopo l’autore, il quinto concerto. Trent’anni dopo, nel suo appartamento di Vienna, arriva un altro bambino prodigio, ungherese, undici anni: Franz Liszt. Czerny lo istruisce, gratis, per diciotto mesi, e Liszt lo venererà per sempre, dedicandogli gli Studi trascendentali. Nella stretta di mano tra i due allievi passa mezzo secolo di pianoforte: chiunque suoni oggi discende, per catena di maestri, da quella stanza.
Ma il tesoro per noi è quello che Czerny scrisse. Nella sua monumentale scuola di pianoforte, l’opera 500, infilò un trattato sull’esecuzione corretta di tutte le opere per pianoforte di Beethoven: tempo per tempo, pezzo per pezzo, con indicazioni di metronomo e di carattere, annotate da uno che quelle pagine le aveva sentite dalle mani dell’autore o suonate sotto il suo orecchio. È la cosa più vicina a una registrazione di Beethoven che possediamo, e i pianisti storicamente avveduti la consultano come una reliquia tecnica, con la cautela d’obbligo: Czerny scriveva a decenni di distanza, e la memoria è un’interprete anche lei. Nelle sue pagine autobiografiche c’è pure il ritratto più tenero che abbiamo del Beethoven del 1801, l’orso in vestaglia con l’orecchio già ovattato, lo stesso che vent’anni dopo sarebbe finito in guardina per la sua giacca.
Tutto questo mentre scriveva, per vivere, una quantità industriale di musica: il catalogo supera i mille numeri d’opera. Vienna lo prendeva in giro, lui incassava e insegnava dieci ore al giorno. La biblioteca di Melos conserva la sua scuola e le pagine su Beethoven nello scaffale della didattica, accanto al Versuch di Emanuel Bach che Beethoven stesso gli aveva messo sul leggio da bambino: tre generazioni di manuali che si passano il fuoco. Gli studi sulla velocità, giuriamo, sono la parte meno interessante di quell’uomo.
