Enrico Melozzi
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Maria Malibran. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Nel 1836 Maria Malibran era la cantante più famosa del mondo, e il mondo se l’era guadagnato palmo a palmo: figlia del tenore e didatta Manuel García, che l’aveva formata con durezza leggendaria, aveva debuttato adolescente, conquistato Londra, New York, Parigi, Napoli e Milano, e trasformato il proprio nome in un aggettivo. Contralto che saliva da soprano, attrice quando ancora non si usava, amazzone, pianista, compositrice di romanze: la prima diva moderna, con i cachet, i fan e i giornali al seguito.

In aprile, a Londra, incinta e felicemente risposata con il violinista Charles de Bériot, cadde da cavallo durante una passeggiata: trascinata con il piede nella staffa, riportò ferite alla testa serie. Fece la cosa che una ventottenne invincibile fa: le nascose. Niente medici veri, niente riposo, la stagione continuava e lei con la stagione, tra svenimenti e dolori di testa che si aggravavano di settimana in settimana. A settembre era a Manchester, al grande festival musicale, a cantare più volte al giorno. Il 14 settembre, dopo un duetto accolto da un delirio tale che il pubblico pretese il bis, e lei lo concesse, crollò. Morì nove giorni dopo, il 23 settembre 1836, a ventotto anni e mezzo, in una stanza d’albergo di Manchester.

Il lutto fu continentale e la santificazione immediata: la donna morta per il canto, uccisa dal proprio fuoco. Alfred de Musset le dedicò versi celebri, i teatri si vestirono a lutto, e la sorella minore, Pauline Viardot, tredicenne al momento della morte, avrebbe portato avanti la dinastia diventando una delle grandi intelligenze musicali del secolo. La retorica romantica però copre il punto che a distanza di due secoli merita di essere guardato in faccia: la Malibran non fu uccisa dal fuoco sacro, ma da un sistema, in parte interiorizzato, in cui fermarsi era impensabile, per i contratti, per il pubblico, per l’identità. È una storia che il mondo dello spettacolo, e non solo quello, continua a riscrivere con nomi nuovi: il corpo che manda segnali e la macchina che chiede il bis, come a Roma con la Callas nel 1958. Il pubblico di Manchester applaudiva una morente e non lo sapeva. Lei sì, probabilmente. E questo, più di ogni aria, è ciò che di lei bisogna ricordare.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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