Anonimo senese, Tavoletta di Biccherna con la commissione per la riforma del calendario, 1582-1583. Siena, Archivio di Stato. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Ad Alba de Tormes, in Castiglia, Teresa d’Avila morì nella notte fra il 4 e il 5 ottobre 1582. Il 5 ottobre, però, quell’anno non venne mai: la mattina dopo la sua morte il calendario segnava il 15, e la Chiesa la festeggia ancora il 15 ottobre. Nella stessa notte, in Italia, in Spagna, in Portogallo e in Polonia, dieci giorni sparirono per decreto. Li aveva cancellati la bolla Inter gravissimas, firmata da Gregorio XIII il 24 febbraio di quell’anno per riportare l’equinozio di primavera al 21 marzo, e con l’equinozio la Pasqua, che il calendario giuliano aveva lasciato scivolare di secolo in secolo.
Il documento che riguarda la musica è di cinque anni prima e porta la firma dello stesso papa. Il 25 ottobre 1577 Gregorio XIII affidò a Giovanni Pierluigi da Palestrina e ad Annibale Zoilo la revisione dei libri di canto della Chiesa, graduali e antifonari: dopo il Concilio di Trento messali e breviari erano stati riformati, e le melodie non combaciavano più con i testi. Il breve pontificio lamenta barbarismi, oscurità, contraddizioni e superfluità, e ne dà la colpa alla goffaggine, alla negligenza e perfino alla malizia di compositori, copisti e stampatori. Nel giro di pochi anni lo stesso pontefice mise mano ai due orologi della cristianità: quello degli astri, che decide quando cade la Pasqua, e quello della voce, che decide come la si canta.
Il primo orologio fu corretto in fretta. Il secondo no. Palestrina aveva perso di peste due figli, Rodolfo e Angelo, e nel 1580 perse la moglie Lucrezia; si divise il lavoro con Zoilo, lui le domeniche e l’altro le feste dei santi, e poi il cantiere si fermò. I manoscritti andarono perduti dopo la sua morte, nel 1594. Il nuovo graduale uscì soltanto nel 1614 e 1615 dalla Tipografia Medicea di Roma, curato da sei musicisti fra cui Felice Anerio e Francesco Soriano, e con il lavoro di Palestrina ebbe poco o nulla a che fare. Il calendario era entrato in vigore meno di otto mesi dopo la bolla. Il canto ci mise trentasette anni.
C’è poi una differenza che pesa di più. Il canto riformato restò una faccenda cattolica; il calendario, invece, spaccò l’Europa. I principi protestanti rifiutarono una riforma che veniva da Roma, e per oltre un secolo il musicista che attraversava le Alpi cambiava data oltre che lingua. Quando Heinrich Schütz, mandato dal langravio Moritz d’Assia-Kassel, scese a Venezia nel 1609 per studiare con Giovanni Gabrieli, entrò in un paese che viveva dieci giorni avanti rispetto a casa sua. Le sue date portano ancora la doppia intestazione dei biografi: nato a Köstritz l’8 ottobre 1585 secondo lo stile antico, il 18 secondo il nostro.
Lo stesso accade ai due grandi del 1685. Johann Sebastian Bach nacque a Eisenach il 21 marzo, data giuliana, che nel calendario di oggi è il 31. Georg Friedrich Händel era nato a Halle il 23 febbraio, cioè il 5 marzo per noi. La Germania protestante si allineò soltanto nel 1700, quando al 18 febbraio seguì direttamente il primo marzo, e Bach aveva quattordici anni. Händel invece passò la vita a scavalcare la frontiera del tempo. Nel 1706 scese in Italia e per qualche anno visse nel calendario del papa, fra Firenze, Roma, Napoli e Venezia; poi si stabilì a Londra, dove il vecchio calendario giuliano rimase in vigore fino al 1752.
Il Messiah andò in scena a Dublino il 13 aprile 1742, e quella data è ancora giuliana. Dieci anni dopo la Gran Bretagna fece il salto, e dovette farlo più lungo di quello italiano: al 2 settembre 1752 seguì il 14, undici giorni, perché nel frattempo il 1700, bisestile per Giulio Cesare e non per Gregorio, aveva aggiunto uno scarto. Händel morì a Londra il 14 aprile 1759, e quella data è già gregoriana. Sulle lapidi e nei dizionari, fra la prima del Messiah e la morte del suo autore corrono diciassette anni e un giorno. Contati sullo stesso calendario, ai diciassette anni mancano dieci giorni.
