Gesualdo, Irpinia, 1611. Il tipografo napoletano Giovanni Giacomo Carlino trasferisce la sua officina in un locale del castello del principe, in cima al paese. Da quei torchi, nello stesso anno, escono tre libri: il quinto e il sesto libro di madrigali a cinque voci di Carlo Gesualdo e i Responsoria per la Settimana Santa, la musica che si canta al buio, candela dopo candela, nei tre giorni che precedono la Pasqua. È raro che un compositore si faccia portare una stamperia in casa. È più raro ancora che lo faccia un uomo che da vent’anni cerca di espiare un delitto.
Il delitto è quello del 1590, la moglie e l’amante uccisi a Napoli, che su queste pagine abbiamo raccontato a partire dagli atti della Vicaria. L’espiazione è documentata altrettanto bene. Nel 1609 Gesualdo si fa ritrarre inginocchiato nella pala del Perdono per la chiesa dei Cappuccini che ha fondato. Scrive lettere ostinate al cardinale Federico Borromeo per ottenere reliquie di suo zio materno, Carlo Borromeo, proclamato santo nel novembre 1610. I biografi riferiscono che si faceva percuotere ogni giorno dai servitori. Negli ultimi anni, secondo le stesse fonti, sprofonda nella depressione.
In questo stesso uomo convive un editore meticoloso. Le dediche dei due libri di madrigali sono firmate da don Pietro Cappuccio a un mese di distanza l’una dall’altra, e quella del quinto spiega perché il principe abbia voluto stampare in casa: voleva lasciare un testo senza errori, e seguiva il lavoro del tipografo da vicino. La stessa dedica aggiunge un’accusa. Alcuni compositori, vi si legge, avrebbero cercato di rimediare alla povertà del proprio ingegno appropriandosi di bei passi del principe. Il quarto libro era uscito a Ferrara nel 1596, dai torchi di Vittorio Baldini; il quinto arriva quindici anni dopo, e con Carlino finisce il rapporto con lo stampatore ferrarese. Quella frase si può leggere come una rivendicazione di precedenza più che come la denuncia di un furto: il principe voleva che si sapesse chi aveva inventato per primo quel modo di scrivere.
Il modo di scrivere è quello che conosciamo. Nel sesto libro c’è Moro, lasso, al mio duolo, con i suoi accordi che scivolano l’uno nell’altro senza appartenere a nessuna scala. Nei Responsoria, ventisette responsori a sei voci divisi fra Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, le dissonanze più aspre cadono sulle parole della passione e su quelle della colpa di Pietro, che rinnega il maestro. Chi vuole trovarci un’autobiografia la trova facilmente. Il dato sicuro è un altro: nello stesso anno e dalla stessa officina escono la musica della penitenza e quella del piacere e della morte, stampate con la stessa cura, sotto lo stesso tetto, per volontà dello stesso uomo che, raccontano i biografi, si faceva flagellare.
Gesualdo morì nel castello l’8 settembre 1613, a meno di tre settimane dalla morte del figlio Emanuele. Nello stesso anno, a Genova, Giuseppe Pavoni stampò la Partitura delli sei libri de’ madrigali a cinque voci, curata da Simone Molinaro, maestro di cappella della cattedrale. I sei libri stavano in un volume solo, con le cinque voci una sopra l’altra, leggibili insieme come si legge una partitura d’orchestra, e non più sparse in cinque libretti separati, uno per cantore. Era un’edizione adatta anche a chi voleva studiare quelle armonie, non soltanto cantarle. Il musicologo Francesco Saggio, che le ha dedicato uno studio, ne ha censite ventidue copie superstiti e ha mostrato che sulla partitura di Molinaro hanno lavorato gli editori moderni fino alla grande edizione completa del Novecento.
