Carlo Gesualdo, particolare della pala del Perdono (1609), Santa Maria delle Grazie, Gesualdo. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Napoli, notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590, palazzo San Severo. Carlo Gesualdo, principe di Venosa, rientra in casa con uomini armati e trova quello che sapeva di trovare: sua moglie Maria d’Avalos con l’amante, Fabrizio Carafa, duca d’Andria, l’uomo più bello di Napoli secondo le cronache. Li fa massacrare, e partecipa. La mattina dopo i corpi vengono esposti davanti al palazzo, perché la città veda.
Quello che rende il caso unico non è il delitto, che nella Napoli spagnola del Cinquecento era quasi un istituto giuridico: è la documentazione. Gli atti dell’inchiesta della Gran Corte della Vicaria esistono ancora, con le deposizioni dei servitori raccolte a caldo, ora per ora. E la conclusione: nessun processo. Il delitto d’onore di un principe, colto in flagrante adulterio, non si giudicava. Gesualdo si ritirò nel suo castello in Irpinia, fece tagliare i boschi attorno per paura dei sicari delle famiglie offese, e da lì ricominciò l’altra sua vita, quella per cui lo conosciamo.
Perché il paradosso è questo: l’assassino era il più audace armonista d’Europa. I suoi ultimi due libri di madrigali, il quinto e il sesto del 1611, contengono cromatismi che la musica non avrebbe più osato per quasi tre secoli: accordi che scivolano uno nell’altro senza appartenere a nessuna scala, dissonanze tenute finché fanno male, su testi che parlano ossessivamente di morte, colpa e piacere. Moro, lasso, al mio duolo. Quando l’Ottocento riscoprì quelle pagine non ci credeva; Stravinskij ne fece un pellegrinaggio, e nel 1960 orchestrò tre suoi madrigali per il 350esimo anniversario. Il musicologo Glenn Watkins, che a Gesualdo ha dedicato la biografia di riferimento, nota che nessun altro compositore ha mai goduto di una pubblicità simile: quattro secoli di brividi comprati con due cadaveri.
La domanda scomoda, che va fatta ad alta voce, è se ascolteremmo Gesualdo allo stesso modo senza il delitto. Probabilmente no: la biografia funziona da amplificatore, e il mercato del concerto lo sa. Ma vale anche il contrario: il delitto senza i madrigali sarebbe una riga negli archivi della Vicaria, come cento altri. A tenere Gesualdo nel repertorio, che è una classifica, non è il sangue: è il fatto che quelle armonie, quattrocento anni dopo, suonano ancora come una cosa che non dovrebbe esistere. Il sangue porta il pubblico alla porta. Dentro la stanza, ad aspettarlo, c’è solo musica.
