Puntata di «Lascia o raddoppia?», 1959, Programma Nazionale Rai (l’attuale Rai 1). Davanti ad un attonito Mike Bongiorno un uomo è intento, senza apparente criterio (si può dire ‘a casaccio’?), a suonare un pianoforte ‘preparato’ con chiodi e bulloni nella cordiera e subito dopo ad annaffiare una pianta dentro una vasca da bagno, per poi gustarsi un bicchiere d’acqua gassata (rigorosamente con ghiaccio!). L’uomo ‘indaffarato’ si chiama John Cage ed è un compositore americano. La domanda vale un milione di dollari: quell’uomo sta facendo ‘musica’?
Per rispondere a una tale domanda occorre comprendere in che modo il Novecento abbia rappresentato un momento di svolta per la musica e per il diritto, soprattutto dal punto di vista formale: per la musica i mutamenti sociali, estetici nonché tecnologici hanno sia determinato l’evoluzione del concetto di ‘forma’ di matrice ottocentesca (la forma-sonata è stata oggetto del precedente articolo) sia introdotto nuovi ‘linguaggi’ musicali; per il diritto la forma-codice ha lasciato spazio a una diversa fonte del diritto che sarebbe divenuta un vero e proprio paradigma, la ’forma-costituzione’, e ha così perduto il suo carattere ‘esclusivo’ nell’ordinamento.
Approfondendo l’aspetto giuridico, la conclusione della Seconda Guerra Mondiale ha portato diversi Stati a dotarsi di una Costituzione (in cui esplicitare i diritti riconosciuti e i doveri richiesti a ciascun cittadino) e favorito lo sviluppo di una cooperazione internazionale tuttora esistente (che tra i principali traguardi vede l’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite). La forma-codice si è quindi vista sia sostituita d’importanza dalla forma-costituzione sia pesantemente influenzata dal contesto internazionale che ha annullato il carattere ‘esclusivo’ del codice in favore di leggi ad hoc adeguate al sempre più rapido evolversi dei tempi (fenomeno definito, dal giurista Natalino Irti, ‘decodificazione’).
Dal punto di vista musicale il Novecento ha segnato la definitiva crisi del sistema tonale (linguaggio musicale in cui a ciascuna nota della scala è affidata una determinata funzione e una diversa importanza, secondo un preciso ordine gerarchico) e della forma-sonata, la forma paradigmatica dell’Ottocento che abbiamo visto, nell’articolo precedente, essere stata rivoluzionata da L. v. Beethoven (1770-1827).
I compositori ora gestiscono i suoni a loro piacimento, creando forme (le strutture in cui i suoni sono organizzati) e linguaggi (la modalità in cui i suoni si relazionano gli uni con gli altri, come se fossero le lettere di un alfabeto). Tra i nuovi linguaggi figli del Novecento il più importante è senza dubbio la “dodecafonia”, elaborata da Arnold Schönberg (1874-1951). La dodecafonia è basata sulla “serie”, una successione di dodici suoni quanti sono quelli della scala cromatica, grazie a cui viene superato il principio di gerarchia del sistema tonale assegnando ai suoni la medesima importanza; inoltre, la serie può essere oggetto di diverse operazioni come, tra le tante, la ‘trasposizione’ (si ricrea la serie a partire da un altro suono, mantenendo inalterata la sua struttura intervallare) e la ‘retrogradazione’ (la serie è letta al contrario, dall’ultimo al primo suono).
A proposito di nuovi linguaggi, occorre menzionare anche il “minimalismo” (nato negli Stati Uniti negli anni sessanta e caratterizzato dalla ripetizione, gradualmente variata nel corso del brano, di un’unica cellula generatrice) e lo “spettralismo” (che, nato in Francia tra gli anni settanta e ottanta, fonda il suo linguaggio sull’analisi del suono dal punto di vista fisico-acustico).
Alla nascita di nuovi linguaggi si lega un nuovo utilizzo della forma musicale, ora intesa come un ‘contenitore’ flessibile tramite cui un compositore può valorizzare la propria versatilità stilistica (ricorda niente un certo Beethoven e il suo rapporto con la forma-sonata ottocentesca?).
Tra le diverse sperimentazioni merita speciale menzione la “forma aperta”, fulcro della “musica aleatoria”, forma che non si basa su una struttura precostituita ma è aperta ad esiti dipendenti dal caso o lasciati alla discrezione degli esecutori. La musica aleatoria trae il suo nome dal latino alea (dado) e nasce negli anni cinquanta per opera del compositore statunitense John Cage (1912-1992), l’uomo con cui si è aperto questo articolo e che ora lo conclude come a ‘chiudere il cerchio’.
Sarebbe un errore definire come sterile ‘provocazione’ la performance di Cage a «Lascia o raddoppia?» (a cui partecipò realmente come concorrente, pensate, in quanto esperto di funghi!). «Water Walk», il titolo del ‘pezzo’ in questione, come molti altri suoi lavori cela infatti una più profonda riflessione sul ruolo della creatività umana nell’arte. La poetica musicale di Cage pone nel dominio del caso (del ‘qui e ora’) suono, rumore e silenzio, elementi ora equiparati nella loro importanza (ascoltate il ruolo giocato dal silenzio nel suo pezzo «4’33’’». Provare per credere.). Rumori che possono e, anzi, devono anche derivare dalla quotidianità: un frullatore, un fischietto o un annaffiatoio diventano veri e propri strumenti utilizzabili dal compositore al pari di quelli tradizionali, a suggellare un happening frutto della contingenza di un preciso momento che, una volta trascorso, non potrà più essere replicato.
Concludendo, per rispondere alla domanda iniziale e… diventare milionari: sì, Cage sta facendo ‘musica’, una delle tante ‘musiche’ possibili che il Novecento ha portato alla luce.
