La prima volta che Enrico Melozzi ha sentito suonare Gloria Campaner è rimasto senza parole. Capita, con i talenti di quella taglia: mostruosi, nel senso esatto del termine, fuori misura. Ma la cosa davvero rara è tutto il resto. La vedi in Rai a condurre, a raccontare la musica con la naturalezza di chi la conosce da dentro. La ritrovi dietro le quinte di un teatro d’opera, assistente alla regia, con la partitura sotto il braccio. La sorprendi in un’aula piena di ragazzi a parlare di paura del palcoscenico e di ansia, di quel tremore che nei conservatori nessuno nomina. Poi si siede al pianoforte, e ti spacca le gambe. Chi la conosce soltanto dal piccolo schermo si prepari: lì sopra è un’altra creatura. Ha un’idea, un pensiero sulla musica e sul posto che la musica deve avere nel mondo, e lo mette in pratica senza aspettare il permesso di nessuno, senza paura di sporcarsi le mani. Musicisti così, in Italia, oggi si contano sulle dita. E sono esattamente quelli di cui il Paese ha bisogno.
Nata a Jesolo nel 1986, suona da quando aveva quattro anni. Si è formata nella scuola russa con Konstantin Bogino, ha studiato a Pescara con Bruno Mezzena e a Karlsruhe con Fany Solter; nell’estate del 2017 è stata artista in residenza a Marlboro, accanto a Mitsuko Uchida e Leon Fleisher. Nel 2014 il Borletti-Buitoni Trust le ha assegnato una delle sue borse, prima pianista italiana a riceverla. Per Warner ha inciso dal vivo il Secondo Concerto di Rachmaninov con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e Juraj Valčuha, poi il Concerto di Schumann e i ventiquattro Preludi di Chopin. Ha fondato C# See Sharp, un laboratorio sulla paura del palco, ha studiato per diventare mental coach e dirige la stagione dell’Associazione musicale Vincenzo Bellini di Messina. Il 22 febbraio, all’Arena di Verona, ha suonato Experience di Ludovico Einaudi nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Milano Cortina. Domenica 15 novembre, alle ore 20, in Sala Santa Cecilia per The Classical Rave Party, suonerà una parte del Quinto Concerto di Beethoven, l’Imperatore.
Suoni da quando avevi quattro anni, e oggi il pianoforte è una delle tue lingue, accanto alla televisione, alla direzione artistica, all’insegnamento. Quando ti presenti a qualcuno che non ti conosce, come ti definisci?
Ah ah ah, bella domanda. Ora faccio un po’ più fatica di quando avevo vent’anni. Quindi potrei dirti: «Ciao, sono Gloria, ma se vuoi puoi chiamarmi anche Roxy, che era il mio soprannome da adolescente. Sono una musicista e vivo per chi fa ed è musica».
A Marlboro hai lavorato con Mitsuko Uchida e con Leon Fleisher, che per decenni aveva perso l’uso della mano destra e poi l’aveva ritrovato. Che cosa hai imparato da loro sul rapporto tra un pianista e il suo corpo?
Come dice il filosofo Umberto Galimberti, «il corpo è un’esperienza vissuta e non solo un oggetto da esibire».
La musica è corpo, suonare è corpo, cantare è corpo. Le corde del pianoforte sono un prolungamento del braccio, che a sua volta è il prolungamento del suono che hai nel cuore. Il vero strumento musicale da intonare, secondo me, quando suoniamo, siamo noi, non violini o pianoforti…

Hai attraversato la scuola russa fino a studiarne la lingua. Che cosa ti ha dato quel modo di pensare il suono?
Da un certo punto in poi, nei miei studi musicali, i miei maestri di pianoforte erano russi, e lo erano anche i più importanti compositori delle musiche che mi appassionavano di più al piano, come Rachmaninov, Prokof’ev, Skrjabin… Anche i miei pianisti preferiti erano russi, come Svjatoslav Richter o Vladimir Horowitz. Studiare quella lingua e quei suoni mi era sembrata l’unica via per poter capire anche solo un minimo quella cultura immensa.
Ovviamente non ce l’ho fatta… Ma ci ho provato!
Per Warner hai inciso Rachmaninov con Valčuha, il Concerto di Schumann e i ventiquattro Preludi di Chopin. I Preludi, che ritratto fanno di te?
Il disco Warner Classics dedicato ai ventiquattro Preludi di Chopin è stato, devo dire, una grande impresa per me, avvenuta durante la pandemia, quando ogni cosa era più difficile, tecnicamente e logisticamente, ma allo stesso tempo avevamo la mente più sgombra e più orientata verso la meraviglia e i desideri… Almeno per me è stato così. Sognavo di dedicarmi a questa musica infinita e bellissima e di raccontare con i suoni tutti i diversi colori dell’animo umano racchiusi in questo grande capolavoro di Chopin.
Con il sostegno del Borletti-Buitoni Trust hai girato tre film con Luca Scarzella, due dei quali fra le sculture sonore di Pinuccio Sciola. Perché il bisogno di portare il pianoforte fuori dalla sala?
Il «fuori», in generale, mi piace sempre di più rispetto al «dentro», come concetto proprio. Fuori-tempo, fuori-posto, nell’aria, nel vento, nell’altrove. Anche i pianoforti, a volte, starebbero meglio lì, sotto l’azzurro o sotto gli alberi, piuttosto che sui palcoscenici.
Però naturalmente anche in teatro si sta bene, eh… Ci mancherebbe. Se suoni e chiudi gli occhi puoi vedere tutto il blu di cui hai bisogno.
Con C# See Sharp, il laboratorio che hai fondato, lavori sulla paura del palco. Quella paura l’hai conosciuta anche tu? Che forma aveva?
L’ho conosciuta eccome. Non ha una forma, perché è un’energia, una forza propulsiva, un’attivazione. Ma per imparare a renderla uno strumento espressivo a nostro vantaggio, e non una zavorra che ci sgretola l’animo, bisogna allenarsi. Anche le emozioni si allenano, così come in palestra alleniamo corpo e muscoli, o ci alleniamo tecnicamente per suonare un brano musicale. La musica ci travolge di emozioni, dalle quali dobbiamo anche proteggerci per non esserne sopraffatti.
In più, però, c’è anche il palco: i riflettori, il pubblico, i giudizi, le aspettative… Queste sono prove fisiche e mentali difficilissime, che non hanno niente a che fare con la voglia di ricercare suoni o vivere nell’arte. Quello è agonismo puro, come una gara sportiva o le Olimpiadi. Se non ti prepari e alleni bene tutti i parametri della performance, puoi arrivare ad autosabotarti.
Nei minuti prima di entrare in scena, in concreto, che cosa fai?
Uso il voicing, ovvero delle parole chiave di self-talking, per ancorarmi a qualcosa che possa darmi un po’ di stabilità. Questo l’ho imparato quando ho studiato per diventare mental coach. E poi soprattutto respiro, e cerco di non dimenticare mai di farlo, in modo corretto e consapevole, anche durante tutta la performance. Usare tecnicamente bene il nostro respiro, che abbiamo già in dotazione gratis, dalla nascita, è uno strumento potentissimo.

Corpo, respiro, paura: nei conservatori italiani se ne parla ancora poco. Se domani avessi in mano un conservatorio, che cosa cambieresti per prima cosa?
Preferisco saltare questa domanda, perché io cambierei così tante cose che non saprei da dove cominciare. Forse addirittura dal nome: ma cosa dobbiamo «conservare»? Dovrebbe essere una scuola d’arte, non un museo, o un congelatore per cibo altrimenti scaduto!
In televisione racconti la musica a parole, prima che il pubblico la ascolti. Che cosa hai imparato sul modo di farlo, e che cosa invece non si lascia raccontare?
La televisione mi sta insegnando moltissimo e mi sta dando soprattutto l’opportunità di raccontare a parole ciò che per tutta la vita ho raccontato solo muovendo le dita al pianoforte. Naturalmente il potere della musica sfiora le parole e le supera di gran lunga… Ma la sfida del racconto per me oggi è una missione importantissima, perché in fondo tutto quello che siamo oggi dipende anche da quello che siamo in grado di narrare a noi stessi e agli altri.
Il 22 febbraio, all’Arena di Verona, hai suonato Experience di Einaudi nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, in mondovisione. Che cosa vuol dire suonare per un pubblico che non è venuto per ascoltare te?
È stata un’esperienza grandiosa, perché grandioso, in effetti, è lo sport per l’umanità tutta. Sinceramente non ho mai pensato che qualcuno dovesse venire lì o accendere la tv per ascoltare me, però so di aver contribuito con il mio piccolo tassello a creare il mosaico di quella serata memorabile, che mi porterò nel cuore tutta la vita. Era anche la prima volta in vita mia che suonavo un brano di Ludovico Einaudi, e sono felice che sia accaduto in quel contesto, in mondovisione, dove in quasi tutte le parti del pianeta sapevo che avrebbero riconosciuto questo brano così semplice ma infinitamente potente.
Stefano Bollani, Franco D’Andrea, Leszek Możdżer, Boosta. Che cosa ti porti a casa da un musicista che la musica non la legge come la leggi tu?
Infinita ammirazione, e voglia di provarci e riprovarci sempre, imitando un po’, cercando di copiare, di capire meglio come si fa… Anche se non ci riesco, non smetto di riprovarci ancora! Però il punto è che «quando non sai cos’è, allora è jazz» (sob).
Dal 2018 guidi la stagione dell’Associazione musicale Vincenzo Bellini di Messina. Da direttrice artistica, che cosa vedi dall’altra parte del palco che da pianista non vedevi?
Mi piace infinitamente creare e produrre progetti nuovi al servizio della musica e dei musicisti. Ma anche del pubblico, che ha voglia di divertirsi e di ascoltare anche la musica classica in un modo meno ritualistico e ingessato, secondo me. È una sfida, lo ammetto, ma al momento mi diverte da pazzi!

Il 15 novembre sarai in Sala Santa Cecilia con l’Orchestra Notturna Clandestina, in una notte che tiene insieme Sollima, Fabi, Anastasio e la Banda dell’Esercito Italiano. Che cosa suonerai, e che cosa ti aspetti da una sala da concerto che per una sera diventa un rave?
Io suonerò una parte di uno dei miei concerti preferiti, il Quinto Concerto di Beethoven, l’Imperatore. Sinceramente non so cosa aspettarmi, ma non vedo l’ora, perché se Melox dice che trasformerà quel luogo in un rave party io non ho dubbi che accadrà, e posso dire solo di essere onorata e, poi, di poter dire: io c’ero!
C’è un pezzo che aspetti ancora il momento giusto per suonare in pubblico?
Ci sono tanti brani che adoro e che non ho ancora suonato in pubblico, come per esempio il Concerto di Skrjabin per pianoforte… Ma sono felice di suonarli anche solo per me. Anzi, forse, persino più felice.
C’è qualcosa che vuoi dire e che non ti abbiamo chiesto?
Vi voglio bene!
The Classical Rave Party, domenica 15 novembre 2026 alle ore 20, Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma. Romaeuropa Festival.
