Enrico Melozzi
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Berlino, 4 ottobre 1892. Si inaugura la sala da concerto di Carl Bechstein, e ad aprirla è Hans von Bülow con un recital per pianoforte: in programma, fra l’altro, la Fantasia in do minore di Mozart e la Sonata op. 81a di Beethoven, «Les Adieux». Sarà il suo ultimo recital. In sala, magari, siedono anche giuristi appassionati di musica che prima del concerto discutevano di quel codice civile tedesco non ancora approvato, ma già al centro di tante polemiche.

Per capire la scena bisogna fare un passo indietro di quasi un secolo e chiedersi che cosa siano la forma-sonata e la forma-codice. Dietro questi due termini tecnici stanno due fra i prodotti più ambiziosi della musica e del diritto. Appartengono a discipline lontane, eppure hanno molto in comune. Entrambe vivono il loro apice fra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, nel mondo di lingua tedesca. Entrambe sono forme lineari: si comprendono solo se le sezioni che le compongono seguono un ordine preciso, una struttura data in anticipo. E attorno a ciascuna si muove una grande figura della cultura europea: il compositore Ludwig van Beethoven (1770-1827) e il giurista Friedrich Carl von Savigny (1779-1861).

Vediamole da vicino.

La forma-sonata è l’emblema del classicismo viennese, la stagione di Haydn, Mozart e Beethoven, quando Vienna era uno dei centri culturali d’Europa. Si compone di tre sezioni: esposizione, sviluppo e ripresa. L’esposizione presenta gli oggetti musicali che caratterizzeranno il brano, lo sviluppo li elabora, la ripresa li riporta allo stato iniziale, una sorta di lieto fine dopo le peripezie dello sviluppo. Il paragone con il racconto non è casuale: i temi, gli oggetti più importanti della forma-sonata, funzionano come i personaggi di una storia. Di solito sono due, dialogano fra loro e hanno caratteri contrastanti, il primo più energico, il secondo più cantabile.

La forma-codice è invece un insieme di norme giuridiche raccolte in un’unica fonte che disciplina un intero ambito del diritto. Figlia della Rivoluzione francese, trova nel Codice civile napoleonico del 1804 il modello di tutti i codici moderni, e segna una vera rottura con il passato. Da una parte la completezza: il giudice deve trovare nel codice la risposta a qualsiasi caso. Dall’altra l’esclusività: con il codice perdono valore le altre fonti che prima della Rivoluzione concorrevano a risolvere una controversia (tecnicamente si parla di abrogazione). La linearità, qui, fa sì che ogni istituto giuridico venga prima definito nei suoi tratti essenziali e soltanto dopo regolato nei dettagli.

Veniamo al parallelismo. Beethoven è l’anello di congiunzione fra la cultura musicale del Settecento e il Romanticismo. Dal 1809 il vitalizio che gli garantiscono l’arciduca Rodolfo e i principi Lobkowitz e Kinsky gli permette di dedicarsi alla composizione con una libertà che nessun musicista prima di lui aveva conosciuto. Leggendaria, ma purtroppo vera, la sua sordità, che trasforma progressivamente il suo rapporto con il suono: la musica non passa più dall’orecchio, diventa dominio dell’immaginazione.

Quali sono le sue innovazioni? In primo luogo comincia a scricchiolare proprio quella linearità che è il cuore della forma-sonata. Le tre sezioni restano, ma al loro interno cambiano i rapporti di forza fra le parti più piccole, e ciò che doveva avere una funzione secondaria può diventare importante quanto l’essenziale. La transizione, per esempio, il passaggio che collega i due temi dell’esposizione, nel Beethoven maturo ha spesso un tema tutto suo. In secondo luogo, con la moltiplicazione dei temi, le sonate raggiungono dimensioni impensabili per i predecessori: la Sonata op. 106, la «Hammerklavier», dura più o meno quaranta minuti. Provare per credere.

Savigny guarda al diritto come al risultato di una lenta stratificazione di fonti diverse nel corso del tempo. Da un lato prende a modello il diritto romano, il diritto elaborato a Roma nel millennio che va dal V secolo a.C. al V secolo d.C.; dall’altro vede nel diritto, come nella lingua, un prodotto dello spirito del popolo, cresciuto attraverso la consuetudine. E la consuetudine, a differenza della legge, nasce da un comportamento costante e uniforme, ripetuto nel tempo da una comunità convinta che quel comportamento sia un obbligo. Per questo Savigny diffidava del codice: temeva che avrebbe cristallizzato, cioè fermato, lo sviluppo del diritto tedesco. Il codice civile tedesco entrerà comunque in vigore, il 1° gennaio 1900, una data scelta non a caso, al volgere del secolo.

Abbiamo fotografato un luogo e un tempo in cui fra la forma-sonata e la forma-codice esisteva un legame oggettivo, e fra Beethoven e Savigny un legame più sottile: tutti e due, ciascuno nel suo campo, ereditano una forma nata per mettere ordine e la mettono alla prova, uno forzandola dall’interno, l’altro diffidandone apertamente. È la Germania dell’Ottocento, culla di riflessioni che avrebbero segnato anche il secolo successivo. Ma di questo, magari, si potrà parlare in un prossimo articolo.

Il testo è diSamuele GuerzoniCon la supervisione del comitato tecnico-scientifico di Melos.
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