Arturo Benedetti Michelangeli al pianoforte, Bolzano, dicembre 1960. Arnoldo Mondadori Editore, via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Zurigo, 1986. Il giorno del recital nella sala viene fatta entrare aria fresca. Sembra una cortesia verso il pubblico, e invece ha conseguenze: l’aria nuova cambia la temperatura e l’umidità, le corde di acciaio e il legno della tavola armonica si assestano, l’accordatura si sposta di quel poco che un orecchio comune non registra. Arturo Benedetti Michelangeli lo registra, e si rifiuta di proseguire il concerto. Le agenzie di stampa lo racconteranno nove anni dopo, nei necrologi, tra gli episodi che lo definivano.
Per capire che cosa c’era dietro serve un documento di vent’anni prima. Nel luglio 1965 Time gli dedica un articolo e lo segue in tournée. Michelangeli viaggia con il suo Steinway e con il suo tecnico, Cesare Augusto Tallone, costruttore di pianoforti a sua volta. A Parigi, racconta la rivista, per il concerto al Théâtre des Champs-Élysées Tallone passa venti ore sul pianoforte sostitutivo prima che la serata possa cominciare. Del proprio Steinway Michelangeli dice che è ancora troppo giovane e non è stato domato. Poi pronuncia la frase che spiega tutto il resto: i pedali sono come i suoi polmoni, e tre note con il giusto lavoro del pedale destro possono diventare un altro mondo. Nello stesso articolo descrive l’ambiente dei concerti come un mondo detestabile di impresari e giornalisti, di trucchi e di manovre. Il pianoforte è l’unica cosa di quel mondo che può controllare, e la controlla fino all’ultima vite.
Per quasi tutti i pianisti lo strumento è una condizione di partenza, buona o cattiva, con cui fare i conti. Per Michelangeli era una parte della partitura. Il suo suono, quella trasparenza che faceva sembrare Debussy inciso nel vetro, dipendeva da variabili che si misurano in frazioni: la durezza dei feltri dei martelletti, il punto esatto in cui il pedale comincia a sollevare gli smorzatori, una corda calante di pochi centesimi di semitono. Se una di queste variabili cedeva, il concerto che aveva in mente non si poteva più suonare, e quello che restava non gli interessava. Un pianoforte che il giorno prima suonava perfetto poteva diventare un altro strumento dopo una notte di pioggia o un viaggio in camion. Da qui le cancellazioni all’ultimo momento, che il pubblico di mezzo mondo imparò a mettere in conto insieme al prezzo del biglietto.
La sua biografia contiene anche un rovescio crudele. Il 13 giugno 1968 un ufficiale giudiziario si presenta al Teatro Novelli di Rimini, dove Michelangeli sta suonando, e gli notifica un sequestro: la casa discografica BDM, di cui era socio, è stata messa in liquidazione, e i creditori chiedono i suoi beni. Nel sequestro finiscono l’onorario della serata e le due baite di Rabbi, in Trentino, con gli arredi. Tra gli arredi ci sono due pianoforti a coda. L’uomo che non suonava su uno strumento sbagliato si vede portare via i propri. Lascia l’Italia, si stabilisce in Svizzera, nel Canton Ticino, e dichiara che nel suo paese non suonerà più.
Da allora la sua carriera si fa sempre più rarefatta, e ogni concerto annunciato diventa una scommessa. Nel 1988, a Bordeaux, si sente male in scena e viene portato in ospedale; torna a suonare. L’ultimo recital lo tiene ad Amburgo il 7 maggio 1993.
