Enrico Melozzi
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Teofil Kwiatkowski, Gli ultimi istanti di Fryderyk Chopin. Varsavia, Istituto Fryderyk Chopin. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Parigi, place Vendôme, notte tra il 16 e il 17 ottobre 1849. Nell’appartamento dell’Hôtel Baudard de Saint-James, dove si è trasferito da poche settimane, Fryderyk Chopin ha trentanove anni e non respira quasi più. Dopo mezzanotte il medico si china sul letto e gli chiede se soffre molto. «Plus», risponde lui: non più. Muore pochi minuti prima delle due. Intorno ci sono la sorella Ludwika, arrivata da Varsavia per assisterlo, il sacerdote Aleksander Jełowicki, la principessa Marcelina Czartoryska, Solange, la figlia di George Sand, e l’amico Thomas Albrecht. La mattina stessa il marito di Solange, lo scultore Auguste Clésinger, gli prende la maschera funebre e il calco della mano sinistra.

Tra le carte del morente c’è un foglietto. Le prime parole arrivano a noi in due versioni, perché la grafia di un uomo che soffoca è quella che è: chi legge «cette terre», la terra, chi «cette toux», la tosse. Il resto non lascia dubbi: «je vous conjure de faire ouvrir mon corps pour que je ne sois pas enterré vif». Vi scongiuro di far aprire il mio corpo, perché io non sia sepolto vivo. È la paura più diffusa dell’Ottocento, quella che faceva installare campanelli nelle bare e allungare le veglie, e Chopin la mette per iscritto con la precisione con cui scriveva le diteggiature.

La richiesta viene eseguita alla lettera. Il corpo lo apre Jean Cruveilhier, il più celebre anatomopatologo di Parigi, che lo aveva in cura. Il cuore viene tolto e chiuso in un vaso di cristallo pieno di alcol, con ogni probabilità cognac. Il resto di Chopin aspetta quasi due settimane: il funerale si celebra alla Madeleine soltanto il 30 ottobre, con il Requiem di Mozart e l’organista Lefébure-Wély che suona due dei suoi Preludi. Si entra con l’invito, e oltre tremila persone venute anche da Londra, Berlino e Vienna restano fuori. La sepoltura è al Père-Lachaise.

Il cuore prende un’altra strada, ed è la strada che Chopin voleva. Nei primi mesi del 1850 Ludwika lo porta in Polonia: il vaso sta dentro uno scrigno d’ebano, lo scrigno dentro un piccolo baule di quercia, e il baule sotto il suo mantello. Passa così le dogane austriache e russe, perché la Varsavia in cui torna è una città dell’impero dello zar, e gli zar non amano le reliquie dei patrioti esiliati. Per quasi trent’anni il cuore resta senza una sistemazione definitiva. Il 1° marzo 1879 viene murato in un pilastro della chiesa di Santa Croce; l’anno dopo vi si aggiunge un epitaffio di marmo.

Da lì esce una volta sola. Nel 1944, durante l’insurrezione di Varsavia, un sacerdote tedesco propone di metterlo al sicuro; l’urna passa per le mani del generale delle SS Heinz Reinefarth, poi di Erich von dem Bach-Zelewski, che la consegna all’arcivescovo Antoni Szlagowski. Finisce in una canonica a Milanówek, appoggiata su un pianoforte. Torna a Santa Croce il 17 ottobre 1945, novantaseiesimo anniversario della morte, dopo una sosta a Żelazowa Wola, il villaggio dove Chopin era nato.

Resta la domanda che il foglietto lasciava aperta: di che cosa è morto? Tubercolosi, si è sempre detto; fibrosi cistica, hanno ipotizzato alcuni medici negli ultimi decenni. Nella notte del 14 aprile 2014 un piccolo gruppo di scienziati e sacerdoti guidato dal genetista Michał Witt ottiene il permesso di esaminare il vaso, senza aprirlo. Scattano centinaia di fotografie. Il cuore galleggia ancora nel liquido ambrato, ingrossato e flaccido, coperto da una patina fibrosa bianca e da piccole lesioni. Nel 2017 l’American Journal of Medicine pubblica la diagnosi: pericardite, complicazione di una tubercolosi cronica. Il vaso è tornato nel pilastro, sigillato come Ludwika lo aveva portato oltre la frontiera.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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