William Hogarth, The Bad Taste of the Town (Masquerades and Operas), 1723-24. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Londra, giugno 1727, King’s Theatre di Haymarket. Si dà Astianatte di Bononcini, in sala c’è Carolina, principessa di Galles, e in scena ci sono le due primedonne più celebri del momento, Francesca Cuzzoni e Faustina Bordoni. Quando canta l’una, i sostenitori dell’altra fischiano. Poi si passa alle mani, in platea, davanti alla futura regina. Gli studi più recenti assolvono le due cantanti e danno la colpa ai loro partigiani, ma per la compagnia che le pagava il risultato è lo stesso: la recita finisce nello scandalo.
Quella compagnia era la Royal Academy of Music, e Georg Friedrich Händel ne era il compositore di punta. Era nata nel 1719 come una vera società per azioni, con un gruppo di nobili sottoscrittori e un privilegio regio di ventun anni. Doveva durare fino al 1740. In tutta la sua vita pagò un solo dividendo, del sette per cento, nel 1723. La sua ultima sera fu il 1° giugno 1728, con una ripresa di Admeto di Händel: poi le stelle uscirono di contratto, lasciarono l’Inghilterra, e il teatro restò buio per un anno. Pochi mesi prima, il 29 gennaio, al Lincoln’s Inn Fields di John Rich aveva debuttato The Beggar’s Opera di John Gay, che si faceva beffe proprio dell’opera italiana e restò in cartellone per sessantadue sere di fila.
L’immagine di un Händel che manda in rovina le compagnie d’opera è comoda e sbagliata. I documenti raccontano un’altra cosa: a Londra l’opera seria italiana era un prodotto che nessuno riusciva a far quadrare, e Händel fu soltanto l’uomo che ci provò più a lungo. Le ragioni stanno tutte nella serata di Astianatte. Cantanti ingaggiati in Italia a cifre che i contemporanei giudicavano enormi, un pubblico ristretto che si divideva in fazioni, una lingua che la platea non capiva e che Gay aveva appena reso ridicola.
Händel non cambiò mestiere. Nel 1729 fondò una seconda compagnia al King’s Theatre insieme all’impresario John James Heidegger, riportò a Londra il castrato Senesino e ricominciò. Il rapporto fra Händel e il castrato era pessimo da anni: John Mainwaring, il primo biografo del compositore, scrisse che l’uno era perfettamente refrattario e l’altro altrettanto furibondo. Nel 1733 Senesino passò dall’altra parte. Un gruppo di nobili raccolti attorno a Federico, principe di Galles, aveva fondato l’Opera of the Nobility, con Nicola Porpora direttore musicale, che portò via a Händel Senesino e il basso Antonio Montagnana e richiamò a Londra la Cuzzoni. Alla fine della stagione 1733-34 i rivali presero anche il King’s Theatre, e poco dopo arrivò da loro Farinelli. Winton Dean, lo studioso che ha ricostruito queste stagioni, osserva che Händel si era alienato i direttori e i sostenitori con i suoi modi da padrone: a mandarlo via dal King’s Theatre non fu Heidegger, fu l’Opera of the Nobility.
Cercò subito un altro teatro e lo trovò a Covent Garden, la sala nuova di John Rich, lo stesso impresario che aveva guadagnato con The Beggar’s Opera. Era la sua terza compagnia. Per tre stagioni Londra ebbe due teatri d’opera italiana che si contendevano lo stesso pubblico, che già non bastava per uno. Nel 1737 fallirono entrambi. L’Opera of the Nobility fece bancarotta e si sciolse, e per la stagione successiva quel che restava delle due compagnie si riunì al King’s Theatre. In aprile Händel fu colpito da un malore, forse un lieve ictus: il braccio destro rimase paralizzato. Andò a curarsi alle terme di Aquisgrana, e in autunno era guarito.
Il fallimento, visto da vicino, fu dunque un fallimento di sistema. La prima compagnia morì di cachet e di satira, la seconda e la terza morirono di concorrenza, e con loro morì quella dei nobili che le aveva combattute. Händel era l’unico che si trovasse in mezzo a tutte, e per questo la storia gli ha intestato il conto.
La sua ultima opera italiana, Deidamia, andò in scena al Lincoln’s Inn Fields il 10 gennaio 1741. Ebbe tre recite. Quindici mesi dopo, il 13 aprile 1742, a Dublino, fu eseguito per la prima volta il Messiah.
