Enrico Melozzi
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Arnaldo Ferraguti, Il Real Conservatorio di Musica di Milano, da «L’Illustrazione Italiana», febbraio 1900. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Mercoledì 19 ottobre 2022, tre giorni prima di lasciare il ministero, Maria Cristina Messa firma i decreti che chiudono una questione aperta da decenni. Dal primo gennaio 2023 diciassette istituti superiori di studi musicali, gli ex istituti musicali pareggiati, molti dei quali nati e mantenuti per decenni dai comuni, diventano istituzioni statali dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica. Nell’elenco ci sono Catania e Taranto, Cremona e Modena, Livorno e Lucca, e ci sono Ribera, Gallarate, Castelnovo ne’ Monti, Nocera Terinese.

A contarli, i conservatori italiani sono più di quanti si pensi. Il Ministero dell’Università oggi ne conta settantadue pubblici: settanta conservatori statali, più la sezione musicale del Politecnico delle Arti di Bergamo e l’istituto pareggiato di Aosta, sostenuto dalla Regione. L’ANVUR, nel suo rapporto sul sistema, li distribuisce così: diciannove nel Nord Est, diciannove al Sud, tredici nel Nord Ovest, undici al Centro, otto nelle isole. Contando le sezioni staccate, le sedi arrivano a settantaquattro. Gli studenti, nell’anno accademico 2024/25, sono circa trentamila: 29.928 secondo l’ANVUR, 30.308 per l’ufficio statistico del Ministero, che conta anche le sezioni staccate. Un terzo di tutti gli iscritti all’Alta formazione artistica e musicale studia in un conservatorio.

Ora la Germania. Le scuole superiori di musica tedesche riunite nella Rektorenkonferenz der deutschen Musikhochschulen sono ventiquattro, da Amburgo a Monaco, da Weimar a Friburgo. Nel semestre invernale 2024/25 vi erano iscritti circa 23.500 studenti. La Germania ha più di ottanta milioni di abitanti, l’Italia meno di sessanta. Eppure l’Italia ha quasi il triplo delle istituzioni, con poco più di un quarto di studenti in più.

La divisione è semplice e dice molto. Un conservatorio italiano ha in media poco più di quattrocento studenti; una Musikhochschule tedesca quasi mille. Sono due idee diverse di scuola. Quella tedesca concentra: poche città, istituti grandi, dove un’orchestra di studenti si forma dentro la scuola e le classi di strumento, composizione e direzione convivono negli stessi corridoi. Quella italiana dissemina: un conservatorio a portata di treno regionale, spesso a portata di corriera, in capoluoghi di provincia e in paesi di poche migliaia di abitanti. La prima produce massa critica, la seconda prossimità.

La prossimità vale qualcosa di concreto. Un ragazzo di Ribera o di Nocera Terinese può studiare oboe o composizione senza trasferirsi a Palermo o a Napoli, e per una famiglia la differenza si conta in affitti. Ma la dispersione ha un prezzo: con quattrocento allievi divisi fra decine di strumenti, completare un’orchestra diventa un’impresa, e ogni istituto deve comunque avere il proprio direttore, il proprio consiglio di amministrazione, i propri uffici. Settanta volte. La statizzazione del 2023 non ha scelto tra i due modelli. Ha trasformato in legge dello Stato una geografia nata per stratificazione, città per città, e ha consegnato al ministero il compito di finanziarla tutta.

Il conservatorio di Milano fu istituito con un decreto del 1807 e aprì l’anno dopo nei chiostri di Santa Maria della Passione, dove sta ancora. Nell’elenco firmato il 19 ottobre 2022, accanto ai nomi di Bellini, Monteverdi, Donizetti e Mascagni, ce n’è uno che viene da più lontano: a Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro, lo Stato ha preso in carico un istituto intitolato a Čajkovskij.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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