Ernst Oppler, Arthur Nikisch. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Berlino, 10 novembre 1913. Arthur Nikisch e i Berliner Philharmoniker entrano in uno studio dove non c’è niente di quello che serve a un’orchestra: né una sala, né un’acustica, né spazio. C’è una tromba di metallo che sporge da una parete, e dietro la parete un tecnico, Max Hampe, che la sa usare. Gli archi stanno davanti, rivolti verso la bocca della tromba; i legni suonano di traverso; gli ottoni sono spinti in fondo, contro il muro. Dove i contrabbassi non bastano a lasciare un segno nella cera, li rinforza una tuba. Quel giorno si incide la Quinta di Beethoven, tutta, per la prima volta con un’orchestra e un direttore che il mondo conosce.
Tutta, però, a modo suo. La sinfonia entra in otto facciate, quattro dischi da dodici pollici a 78 giri incisi su entrambi i lati, e ogni facciata tiene qualcosa come quattro o cinque minuti di musica. Il disco da dieci pollici, quello delle canzoni, arrivava a tre: per la musica sinfonica si usava il formato grande, e non bastava lo stesso. Ogni minuto andava strappato allo spazio della cera. Deutsche Grammophon mette in vendita la serie completa nel febbraio 1914.
Per decenni quella è passata per la prima sinfonia completa della storia del disco. Non lo era. Tre anni prima, nel 1910, l’etichetta Odeon aveva già pubblicato la Quinta intera, attribuita a Friedrich Kark e a un Grosses Odeon Streich-Orchester, grande orchestra d’archi dell’Odeon, un nome che non corrisponde a quello che si sente: nella registrazione i fiati ci sono, e si sentono bene. Anche il direttore, secondo le ricerche più recenti, non era quello scritto sull’etichetta. In quegli anni lavorava come direttore per la Odeon un compositore di venticinque anni, Eduard Künneke, e a lui vengono oggi attribuite, senza che il suo nome comparisse sulle etichette, due delle primissime sinfonie complete su disco: la Quinta e la Sesta di Beethoven. Un saggio uscito nel 2023 sul Journal of the American Musicological Society ha ricostruito la vicenda fin dal titolo, che mette insieme Odeon, Künneke e le prime incisioni di sinfonie complete. Undici anni dopo, lo stesso Künneke avrebbe scritto Der Vetter aus Dingsda, l’operetta per cui Berlino lo ricorda.
La prima sinfonia registrata ha quindi due padri, uno celebre e uno anonimo, e nessuno dei due ha potuto consegnarla in un pezzo solo. Ma la questione dei nomi è la meno interessante. Conta di più quello che il formato fece all’ascolto. Per mezzo secolo, fino al microsolco, chi voleva sentire una sinfonia a casa la sentiva a pezzi di quattro minuti, con una pausa per alzarsi, sollevare il braccio del grammofono, girare il disco o cambiarlo, e ricominciare. Le cesure non le decideva Beethoven: le decideva la cera. I direttori imparavano a scegliere i tempi guardando l’orologio, gli ingegneri a tagliare dove il taglio si notava meno, gli ascoltatori a portare nella memoria la battuta rimasta sospesa fino alla facciata successiva. La sinfonia da camera da pranzo è nata così, a fette, e ha formato il gusto di milioni di persone che una sala da concerto non l’avevano mai vista.
In Gran Bretagna la Gramophone Company pubblicò l’incisione di Nikisch nel corso del 1914, su otto dischi incisi da un lato solo.
