di Enrico Melozzi
Questa è la puntata due di tredici. La tesi sta nella puntata uno e non cambia. Quello che segue serve a provarla.
Vienna, Burgtheater, 13 marzo 1785, terza domenica di Quaresima. I teatri sono chiusi all’opera per il tempo penitenziale, e la Tonkünstler-Societät, la società di mutuo soccorso dei musicisti viennesi che raccoglie fondi per vedove e orfani della professione, riempie il vuoto con i suoi concerti spirituali. Quella sera, e ancora il 15, in cartellone c’è una cantata nuova del signor Mozart, su testo italiano di argomento davidico: Davidde penitente. In sala si paga il biglietto. Sul palco, tra i solisti, il tenore Valentin Adamberger e il soprano Caterina Cavalieri, due delle voci più care al compositore. Il pubblico ascolta un’opera che crede scritta per l’occasione.
Il documento, in questo caso, è la musica stessa, e basta metterla accanto a un’altra per vedere il meccanismo. Il catalogo la registra come K 469. Ma chiunque apra la partitura accanto a quella della Messa in do minore K 427 trova la stessa musica: il Kyrie della messa è diventato il primo coro della cantata, Alzai le flebili voci al Signor; il Gloria, movimento per movimento, si è vestito di versi italiani nuovi, il Qui tollis a doppio coro compreso, che ora canta parole di pentimento davidico. Le sillabe latine sono state sostituite da sillabe italiane, dove serviva si è diviso un valore lungo in due, dove serviva si è ripetuta una parola. Per completare la serata Mozart scrisse due arie nuove, una per Adamberger e una, con cadenza spettacolare, per la Cavalieri, e null’altro. Il grosso della cantata che Vienna applaudì come novità aveva due anni, ed era nato per la chiesa.

La storia della fonte rende il precedente ancora più interessante per la nostra inchiesta. La Messa in do minore era nata da un voto privato: Mozart l’aveva promessa in occasione del matrimonio con Constanze, e l’aveva eseguita a Salisburgo, nella chiesa di San Pietro, il 26 ottobre 1783, con la moglie tra i soprani solisti. Ma la messa era, ed è rimasta, incompiuta: del Credo esistono solo le prime due sezioni, l’Agnus Dei non fu mai scritto. Per l’esecuzione salisburghese si provvide come si provvedeva allora, quasi certamente integrando con altra musica sacra già pronta, secondo una prassi che nelle chiese dell’epoca non faceva notizia. Dunque: una messa scritta per metà, eseguita ugualmente; e due anni dopo, la stessa messa scritta per metà che cambia parole, cambia destinazione, cambia perfino genere, dalla liturgia al concerto a pagamento, per mano dell’autore stesso.
Il ragionamento, a questo punto, si fa da solo, ma conviene scandirlo. Il procedimento ha un nome antico, contrafactum: musica esistente, testo nuovo. La tradizione lo conosceva da secoli, Bach ci aveva costruito l’Oratorio di Natale rivestendo proprie cantate profane, e la Vienna del 1785 non ci vedeva nulla di irregolare. Ma qui non si tratta di ciò che facevano gli altri: si tratta di ciò che ha fatto Mozart, personalmente, pubblicamente, con musica sacra propria, per denaro e sotto scadenza. Le condizioni, si noti, sono esattamente quelle del Requiem: un’occasione che chiede musica sacra pronta, un materiale proprio giudicato dall’autore degno di seconda vita, un testo che si adatta con lavoro di sillabe, non di note. Chi sostiene che ricavare i numeri mancanti del Requiem da musica mozartiana esistente sarebbe un oltraggio alla sua volontà deve spiegare perché l’autore, sei anni prima, quell’oltraggio se lo sia fatto da solo, davanti a un pubblico pagante, firmandolo.

Il Davidde, peraltro, non è un caso isolato nel catalogo: è solo il più grande. Il dodicenne aveva già trasformato la sinfonia K 45 nell’ouverture della Finta semplice K 51. Il maturo direttore dei concerti di van Swieten riorchestrò il Messia di Händel, K 572, adattando musica altrui a orecchie nuove come un sarto aggiorna un abito. E il teatrante citò se stesso nel finale del Don Giovanni, servendo in tavola Non più andrai dalle proprie Nozze. Il riuso, in quella bottega, era uno strumento del mestiere appeso accanto agli altri: si prendeva quando serviva, senza cerimonie. La cerimonia l’abbiamo aggiunta noi, dopo, quando abbiamo deciso che il genio non ricicla. I documenti dicono che riciclava benissimo.
Resta l’ultimo fatto, ed è la chiusura di questa puntata. La Tonkünstler-Societät pagò, il pubblico applaudì, la critica registrò la cantata del signor Mozart, e nessuno, nel marzo 1785, si alzò a gridare che quella musica era già esistita con altre parole. Sei anni dopo, lo stesso uomo lasciò sul tavolo un Requiem senza tre numeri.
Questo capitolo fa parte dell’inchiesta di Enrico Melozzi sul Requiem. La puntata tre esce lunedì 7 settembre alle 18:30, ed entra in una bottega viennese dove la musica si vendeva a fogli.
