Nella notte fra il 26 e il 27 gennaio 1967, mentre il Festival di Sanremo celebrava il suo rito, ormai una festa nazionale, nella città dei fiori, la stanza 219 dell’Hotel Savoy diventava il teatro di una delle ferite più profonde della musica italiana: a ventotto anni moriva Luigi Tenco. La sua scomparsa non fu soltanto la fine prematura di un talento tormentato, ma un dito puntato contro l’ipocrisia di un Paese abituato a voltarsi dall’altra parte.
La macchina dello spettacolo decise di andare avanti, e il Festival proseguì. Attorno alla figura di Tenco calò una condanna silenziosa ma implacabile, destinata a risuonare per decenni.
Nell’Italia degli anni Sessanta il suicidio restava una colpa quasi imperdonabile: chi decideva di mettere fine alla propria vita veniva marchiato come un disertore. La Chiesa concesse le esequie nella parrocchiale di Ricaldone, il paese di famiglia, solo con un permesso speciale del vescovo. E dei colleghi che fino a pochi giorni prima dividevano con Tenco il palco di Sanremo, al funerale se ne videro pochissimi.
Fra quei pochi c’era Fabrizio De André.
Sconvolto dalla perdita dell’amico, il cantautore genovese non sceglie né il silenzio né la protesta di piazza. Risponde con un atto di teologia laica, pensato per scardinare i dogmi e i tabù morali del tempo. Nasce così Preghiera in gennaio, una canzone dedicata agli emarginati, agli incompresi, a chi ha trovato soltanto porte chiuse sul proprio cammino. Solo uno spirito libero da ogni obbedienza come quello di De André poteva rivolgersi a Dio con una simile purezza, trasformando il lutto in una richiesta di grazia e di perdono.
De André rifiuta ogni compromesso con la canzone d’intrattenimento di quegli anni e costruisce un inno sacro rovesciato, lontano dai canoni della musica leggera: nessun ritornello facile, nessun crescendo di maniera. L’accompagnamento è sobrio e grave, e ricorda la severità della musica sacra; la voce, scura e ferma, procede con la scansione misurata di un recitativo liturgico.
È una forma che impone il raccoglimento, e che restituisce a Tenco, sul piano dell’arte, il congedo che il mondo della canzone, preso dal suo Festival, non gli aveva saputo dare.
Nel disegno di De André il Paradiso non appartiene a chi ha condotto un’esistenza devota e impeccabile secondo i canoni terreni: accoglie prima di tutto gli sconfitti, chi è crollato sotto il peso del vivere. Accoglie Luigi Tenco.
L’affronto più duro è riservato ai giusti, ai giudici della virtù borghese. Nella strofa più famosa De André lascia il dialogo intimo con Dio e si rivolge direttamente ai «signori benpensanti», la platea dei vivi, con un sarcasmo che smaschera l’ordine perbenista dell’epoca. L’immagine è di una pietà fisica, quasi carnale: il Creatore non applica i codici canonici, ma stringe fra le braccia chi ha sofferto e ne raccoglie il singhiozzo, le «labbra smorte». E la colpa del gesto estremo si ribalta: il suicidio smette di essere vigliaccheria o peccato contro la vita e diventa il rifiuto di un mondo fatto di odio e di ignoranza.
Con questa canzone De André ha consegnato uno dei vertici emotivi della canzone italiana, e ha dimostrato come la musica d’autore possa farsi indagine morale, capace di scuotere convenzioni secolari con il rigore del testo e la nobiltà del suono. Una preghiera laica che, a distanza di decenni, ricorda a chi ascolta il compito più alto della musica: non processare l’uomo, ma custodirne la fragilità.
