Richard Gerstl, Ritratto di Arnold Schönberg seduto, 1906. Vienna, Wien Museum. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Vienna, luglio 1911. Arnold Schönberg firma la prefazione di un libro che Universal Edition sta per mandare in stampa, e in testa ci mette una dedica: alla memoria di Gustav Mahler, morto il 18 maggio. Poi la prima frase, che pochi autori di manuali avrebbero avuto il coraggio di scrivere: Dieses Buch habe ich von meinen Schülern gelernt. Questo libro l’ho imparato dai miei allievi.
Il libro si chiama Harmonielehre, e l’uomo che lo firma è in quel momento il compositore più scomodo d’Europa. Due anni prima, con i Drei Klavierstücke op. 11, ha scritto musica che non si appoggia più a nessuna tonalità d’impianto. Diplomi non ne ha: a parte qualche lezione di contrappunto da Alexander von Zemlinsky, intorno al 1894, ha imparato tutto da solo, trascrivendo e imitando quello che suonava e ascoltava. Eppure il manuale che consegna al tipografo non parla del futuro. Parla di triadi, di cadenze, di modulazioni, della stessa materia che Rameau aveva messo in ordine nel 1722. È un libro di armonia tonale scritto da chi l’armonia tonale la stava lasciando.
Lo aveva scritto tra il 1910 e il 1911, in ventidue capitoli, e si legge ancora oggi con un certo stupore, perché non ha il tono di un codice. Ha il tono di una bottega. Schönberg insegna le regole una per una, con la pazienza del maestro, e intanto avverte l’allievo che non sono leggi di natura ma abitudini storiche, comode, ragionevoli, destinate a cambiare. Consonanza e dissonanza, scrive, differiscono per grado e non per essenza: la dissonanza è soltanto una consonanza più lontana, che l’orecchio non ha ancora fatto sua. Le cosiddette note estranee all’armonia, quelle che i trattati relegavano tra gli ornamenti e i passaggi, per lui non esistono: sono armonia che la teoria non ha ancora saputo classificare.
Qui sta il paradosso apparente del libro, e la sua forza. Chi voleva imparare il mestiere trovava tutto il mestiere, esercizio dopo esercizio. Chi leggeva con attenzione trovava anche la ragione per cui quel mestiere non poteva durare per sempre. La prima frase va presa alla lettera: Schönberg a Vienna viveva di lezioni private, e in quelle stanze erano passati Alban Berg e Anton Webern. Il manuale nasce dalle loro domande, dalle obiezioni, dagli errori corretti a matita. È il verbale di un insegnamento, più che un sistema calato dall’alto.
La dedica a Mahler non è un omaggio di circostanza. Mahler aveva difeso Schönberg quando Vienna lo fischiava e aveva continuato a sostenerlo anche quando la sua musica aveva preso strade che lui stesso non riusciva più a seguire; negli ultimi mesi si chiedeva chi se ne sarebbe occupato dopo la sua morte. Schönberg gli restituì il favore nel modo più strano: intitolando alla sua memoria un libro sulle regole che entrambi, ciascuno a suo modo, avevano portato fino al punto di rottura.
Nell’ultima pagina, quasi di corsa, compare un’idea che non ha niente a che fare con gli accordi. Schönberg immagina una melodia fatta non di altezze ma di colori, una successione di timbri che si segue come si segue un canto, e le dà un nome, Klangfarbenmelodie. Non la sviluppa, non la spiega, chiude il libro. Il resto del secolo passò molto tempo a svilupparla al suo posto.
Nel 1922 uscì la terza edizione, riveduta dall’autore, quella su cui si basano le traduzioni. Universal Edition tiene ancora il volume in catalogo, con la dedica a Mahler in testa, al numero UE 3370.
