Enrico Melozzi
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Il 6 dicembre 1791, un martedì, il corpo di Wolfgang Amadeus Mozart uscì dalla Rauhensteingasse e attraversò Vienna verso il cimitero di Sankt Marx. Era morto il giorno prima, alle dodici e cinquantacinque di notte. Aveva trentacinque anni. Sul registro della cattedrale di Santo Stefano il funerale risulta di terza classe, e la sepoltura avvenne in quello che i documenti viennesi chiamano allgemeines Grab, fossa comune. Su questa espressione, che in italiano suona come una condanna, è stata costruita per due secoli la scena madre della musica occidentale: il genio più grande di tutti buttato in una buca insieme agli sconosciuti, nessuno dietro il carro, la tempesta di neve che disperde i pochi rimasti. Ogni elemento di quella scena è verificabile. Quasi nessuno regge alla verifica.

Wolfgang Amadeus Mozart nel ritratto postumo di Barbara Krafft, 1819
Barbara Krafft dipinse questo Mozart nel 1819, ventotto anni dopo la sua morte, lavorando su ritratti altrui. La faccia che tutti conosciamo è una ricostruzione.

Cominciamo dalla parola. In tedesco allgemeines Grab non vuol dire fossa dei poveri, vuol dire fossa ordinaria: la sepoltura normale di un cittadino che non appartiene alla nobiltà e non ha comprato un terreno di proprietà. A Vienna, in quel dicembre, era la sepoltura della grandissima parte dei morti. Le tombe individuali con la lapide erano l’eccezione riservata a chi poteva pagare il suolo e mantenerlo; tutti gli altri finivano in fosse che il comune aveva il diritto di riaprire dopo dieci anni e riutilizzare. Non era un castigo, era il regolamento. Il fratello del panettiere, il funzionario, il negoziante e il compositore di corte imperiale seguivano la stessa procedura, e la seguivano perché lo aveva deciso l’imperatore.

Il decreto è del 23 agosto 1784 e porta la firma di Giuseppe II, il sovrano che in dieci anni riformò tutto quello su cui riuscì a mettere le mani, dai conventi agli ospedali ai cimiteri. La logica era igienica e contabile insieme. I morti dovevano uscire dalle chiese e dalle mura, i cimiteri andavano spostati fuori città, e la sepoltura doveva costare il meno possibile alla comunità. Il testo prevedeva che i cadaveri venissero cuciti dentro sacchi di lino, calati nudi nella fossa, coperti di calce viva; la cassa serviva solo per il trasporto e tornava indietro per il morto successivo. Erano vietate le lapidi individuali. Chi legge oggi quelle righe capisce subito perché la leggenda ha attecchito: sembra scritta apposta per farci immaginare Mozart infilato in un sacco.

L’imperatore Giuseppe II ritratto da Pompeo Batoni
Giuseppe II ritratto da Pompeo Batoni. Il decreto sui funerali del 1784 è suo, e fu anche lui a doverlo ritirare in parte cinque mesi dopo.

Solo che quel regolamento a Vienna non entrò mai in vigore nella forma che tutti citano. Il consiglio comunale tolse dalla pubblicazione ufficiale i paragrafi che imponevano il sacco e la cassa riutilizzabile, perché i viennesi protestarono con una violenza che sorprese il governo: nella memoria della città il corpo calato nudo nella calce era l’immagine delle sepolture di peste, e nessuno era disposto ad accettarla per il proprio padre. Giuseppe II, che non era uomo da tornare indietro facilmente, tornò indietro. Il 20 gennaio 1785, cinque mesi dopo, un nuovo decreto stabilì che chiunque poteva essere sepolto nella cassa. Quando Mozart morì, nel dicembre del 1791, la cassa riutilizzabile era una norma abrogata da quasi sette anni. Il ricercatore viennese Michael Lorenz, che ha passato la vita dentro l’archivio comunale, lo ha documentato riga per riga.

Restano i soldi, e qui il terreno si fa scivoloso, perché le carte delle spese del funerale di Mozart sono andate perdute. Abbiamo però i conti dei suoi vicini, che sono la cosa più vicina a un termine di paragone. Christoph Dopler, che abitava nella stessa zona e morì nel maggio del 1789, ebbe una cassa da un fiorino e trenta carantani, fattura del falegname Joseph Haiss datata 12 maggio, e una sepoltura di terza classe che in tutto costò sei fiorini e quarantacinque. Christina Ponschab, l’anno dopo, ebbe una cassa da quattro fiorini. Sono cifre di un ceto medio urbano, non di un indigente. La terza classe era la classe della maggioranza, e la maggioranza a Vienna non era povera: era normale.

Una pagina autografa del Requiem K 626
Una pagina del Requiem K 626. Il pezzo che stava scrivendo quando morì è anche il pezzo che ha alimentato di più la leggenda intorno alla sua fine.

Anche la tempesta se ne va. La versione con il vento, la neve e i pochi accompagnatori che tornano indietro a metà strada risale al racconto di un certo Joseph Deiner, raccolto e stampato decenni dopo, e ha tutta l’aria della memoria costruita a posteriori su un finale che chiedeva un finale. I registri meteorologici di Vienna per quei giorni dicono un’altra cosa: tempo mite, nebbia frequente, temperature intorno ai tre gradi sopra lo zero. Non era una giornata da tragedia romantica, era una giornata da dicembre viennese qualunque. Sulla presenza al funerale la fonte più antica è Otto Jahn, che nel 1856 scrive di Salieri, Süssmayr, van Swieten e altri due musicisti. Pochi, certo. Ma il corteo che accompagna il feretro fino alla fossa è un’usanza che a Vienna in quegli anni si stava perdendo proprio per effetto delle riforme: la benedizione si dava alla cappella, e da lì in poi il carro proseguiva da solo. Non fu un abbandono, fu una procedura.

Il punto in cui la storia diventa davvero dolorosa è un altro, ed è del 1808. Constanze, vedova da diciassette anni, tornò a Sankt Marx per cercare il punto esatto in cui era stato messo il marito. Il becchino del 1791 era morto da un pezzo. Le fosse di quell’anno erano state riaperte e riutilizzate, come il regolamento consentiva, e le ossa riaffiorate erano state risepolte altrove. Non c’era più niente da trovare. La colonna spezzata con l’angelo triste che oggi i turisti fotografano è un monumento ottocentesco piantato in un punto probabile, non sopra un corpo. Di Mozart, materialmente, non resta nulla in nessun luogo.

Constanze Mozart ritratta da Joseph Lange nel 1782
Constanze Mozart nel ritratto di Joseph Lange, 1782. Nel 1808 tornò a cercare la tomba del marito e non la trovò.

Allora perché la leggenda ha vinto? Perché serviva. Serviva all’Ottocento, che aveva bisogno di artisti incompresi e sacrificati per giustificare la propria idea di genio, e ha ritagliato Mozart su quella misura come si ritaglia un abito. Serviva ai biografi, perché una fossa comune sotto la neve si racconta meglio di una pratica amministrativa. Serve ancora a noi, che continuiamo a ripetere che i grandi muoiono poveri perché è un modo comodo per non chiederci quanto paghiamo i vivi. Mozart non era povero nel senso in cui lo intendiamo: nell’ultimo anno guadagnava bene, aveva commissioni, aveva un incarico di corte. Era pieno di debiti, che è una cosa diversa e più moderna, e moriva con una casa da mantenere e un lavoro consegnato a metà.

Quello che gli tolsero non fu la dignità della sepoltura, fu il nome sulla pietra. Il decreto del 1784 aveva abolito le lapidi individuali per ragioni di igiene e di risparmio, e in questo modo un imperatore illuminato ottenne, senza volerlo, il risultato più cupo del secolo: rese impossibile ritrovare i propri morti. Non solo Mozart. Tutti. Migliaia di viennesi finirono in fosse che dopo dieci anni non esistevano più, e con loro finì la possibilità di andarli a trovare. Il genio, in questa storia, non fu trattato peggio degli altri. Fu trattato esattamente come tutti gli altri, e siccome era Mozart ci siamo accorti di che cosa significava.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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