C’è un momento, in centinaia di pezzi che tutti conoscono, in cui la musica prende la rincorsa per finire e poi non finisce. L’armonia si mette in posizione, l’orecchio sa già dove andrà, e all’ultimo istante arriva un accordo diverso da quello previsto. Non è un errore, è un dispositivo con un nome, un’età e una funzione precisa. In italiano si chiama cadenza d’inganno.
La meccanica è semplice e vale la pena vederla da vicino, perché spiega perché funziona. Una cadenza normale mette il quinto grado e poi il primo: la tensione si scarica sulla tonica e il discorso si chiude. Nella cadenza d’inganno il quinto grado c’è, identico, ma al posto della tonica arriva il sesto grado, che nel modo maggiore è un accordo minore. Il trucco sta nel fatto che quei due accordi hanno due note in comune su tre. L’orecchio quindi non sente un salto, sente un mancato arrivo: quasi tutto è al posto giusto, tranne il fondamento, che si è spostato di un gradino e ha tolto la terra da sotto.
È una faccenda di fisica dell’attesa, non di gusto. Chi ascolta ha in memoria migliaia di cadenze normali e prevede la prossima senza saperlo. Il compositore usa quella previsione come materiale: la costruisce, la conferma fino all’ultimo mezzo secondo, e poi la disattende. Il risultato non è sorpresa, è prolungamento. La frase, invece di chiudersi, deve continuare, e nella pratica è questo il vero scopo del dispositivo: allungare, rimandare, tenere aperto.
Il nome è antico e cambia da lingua a lingua in un modo che dice come veniva percepito. Gli italiani parlano di inganno e, già nel Cinquecento, Gioseffo Zarlino nelle Istitutioni harmoniche del 1558 descrive la cadenza sfuggita, cioè una cadenza che scappa. I francesi la chiamano rotta, cadence rompue, e con quel nome entra nel Traité de l’harmonie di Jean-Philippe Rameau del 1722. I tedeschi la chiamano Trugschluss, conclusione ingannevole. Gli inglesi si dividono fra deceptive cadence e interrupted cadence. Quattro lingue, quattro accuse diverse allo stesso accordo: inganna, si rompe, mente, interrompe.
Nella didattica napoletana del Settecento questa non era una figura retorica da studiare a parte, era uno degli strumenti base per costruire pezzi lunghi. Un allievo che realizzava un partimento sapeva che se chiudeva ogni frase con una cadenza vera dopo trenta secondi il pezzo era finito. Le cadenze evitate erano quindi il modo tecnico di tenere in piedi la costruzione, e si imparavano come si impara una posizione delle mani, non come una nozione.
Bach le usa in continuazione nei corali armonizzati, alla fine delle frasi interne, e l’effetto è sempre lo stesso: la frase di testo si conclude, l’armonia no, e il corale prosegue senza che il fiato si sieda. Nel repertorio ottocentesco la stessa cosa diventa un modo per rendere spettacolare l’attesa del finale, e le code si allungano di decine di battute a forza di cadenze mancate.
Il paradosso è che nella scuola questo dispositivo viene ancora corretto in rosso. Uno studente che scrive un esercizio di armonia e mette il sesto grado dove il compito chiedeva il primo prende un rilievo, e nella maggior parte dei casi il rilievo è giusto, perché l’esercizio serviva a verificare un’altra cosa. Il problema nasce quando lo studente esce dall’esercizio con l’idea che quella soluzione sia sbagliata in sé. Non lo è. È una delle poche invenzioni della musica occidentale che funzioni allo stesso modo su un ascoltatore del Seicento e su uno che non ha mai studiato niente, perché non chiede cultura, chiede solo di aver sentito abbastanza musica da aspettarsi qualcosa.
Per riconoscerla ad orecchio basta un esercizio. Quando in un brano senti che sta per finire, prova a cantare mentalmente la nota di arrivo un istante prima che arrivi. Se la nota che senti nella testa e quella che esce dagli altoparlanti non coincidono, e la musica invece di chiudersi riparte, quello era l’inganno. Ed è l’unico caso in cui l’errore di previsione dell’ascoltatore è esattamente il risultato che il compositore aveva progettato.
