Enrico Melozzi
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Il 15 dicembre 1815 un ventitreenne di Pesaro firma un contratto con il duca Francesco Sforza-Cesarini, impresario del Teatro Argentina di Roma. Si impegna a scrivere un’opera buffa per il carnevale successivo, a consegnarla in tempo per le prove, e a stare al cembalo alle prime tre recite. Il compenso è di quattrocento scudi. L’opera va in scena il 20 febbraio 1816 e si intitolerà Il barbiere di Siviglia.

Fra la firma e la prima passano poco più di due mesi, e in quei due mesi ci stanno la scelta del soggetto, la scrittura del libretto da parte di Cesare Sterbini, la composizione, la copiatura delle parti e le prove. La musica, secondo quanto Rossini stesso raccontò più volte, la scrisse in meno di tre settimane. La cifra ha oscillato nei suoi racconti, come oscillano tutti i suoi racconti, ma l’ordine di grandezza regge ed è confermato dal calendario.

La reazione contemporanea a questo dato è sempre la stessa, ed è sbagliata: che genio, come faceva. La domanda giusta è un’altra: che sistema produttivo rendeva normale una cosa del genere, visto che non era un’eccezione ma la regola per tutti quelli che facevano quel mestiere.

Il sistema si chiamava impresa, e funzionava così. Un teatro apriva per stagioni, la principale delle quali era il carnevale. L’impresario prendeva il teatro in gestione, scritturava una compagnia di canto, e commissionava una o più opere nuove. Il compositore arrivava in città poche settimane prima, conosceva i cantanti che si trovava, e scriveva addosso a quelli: se il tenore aveva un acuto formidabile e poca agilità, la sua aria veniva costruita di conseguenza. Non si sceglieva il cast per l’opera, si scriveva l’opera per il cast.

C’erano regole precise su quanto spettava a ciascuno, e si chiamavano convenienze. Il primo uomo e la prima donna avevano diritto a un certo numero di pezzi solistici, i comprimari a meno, e nessuno poteva scendere sotto il minimo previsto dal proprio rango senza fare causa. La struttura di un’opera dell’Ottocento italiano è anche il risultato di questa contabilità.

Il riuso era prassi dichiarata, non vergogna. La sinfonia che sta davanti al Barbiere Rossini l’aveva già usata due volte per altre opere, di argomento serio e completamente diverso. Nessuno lo trovava scandaloso, perché le opere si davano in una città e poi sparivano, il pubblico era locale, e la musica era materiale di lavoro, non un monumento. Con lo stesso criterio i compositori spostavano arie da un titolo all’altro a seconda di chi cantava.

I numeri che escono da questo sistema oggi sembrano impossibili. Rossini scrisse trentanove opere fra il 1810 e il 1829, cioè in diciannove anni, e poi smise a trentasette. Donizetti ne scrisse circa settanta in una carriera di venticinque anni, e negli anni migliori ne consegnava tre o quattro all’anno. Non erano stakanovisti: erano professionisti dentro un mercato che chiedeva prodotto nuovo di continuo, come oggi lo chiede la televisione.

La qualità media di quella produzione era ineguale, ed è il punto che i nostalgici saltano. Su settanta opere di Donizetti, quelle che stanno in repertorio sono meno di dieci. Ma il rapporto va letto nel verso giusto: quelle dieci esistono perché ce n’erano settanta. Un sistema che produce molto produce anche capolavori, per ragioni statistiche prima ancora che artistiche, e soprattutto tiene in esercizio i muscoli di tutti, compositori, cantanti, orchestre, pubblico.

La cosa è finita per ragioni che non sono musicali. Le opere hanno cominciato a durare più a lungo in cartellone, i diritti d’autore hanno reso conveniente riprendere un titolo di successo invece di commissionarne uno nuovo, e nel Novecento il repertorio si è cristallizzato attorno a una trentina di titoli. Da quel momento il teatro d’opera ha smesso di essere un’industria che fabbrica ed è diventato un istituto che conserva.

Rossini morì a Passy nel 1868, quarant’anni dopo aver smesso di scrivere per il teatro. Nel frattempo l’Europa aveva cominciato a considerare le sue opere dei classici, cioè esattamente il contrario di quello che erano quando le aveva scritte: merce fresca, consegnata a scadenza, per un pubblico che il mese dopo ne voleva un’altra.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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