Apollo con la lira, kylix attica del V secolo a.C. Museo archeologico di Delfi, via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
C’è un buco nero all’origine della cultura europea, e quasi nessuno lo guarda. I Greci del quinto secolo, quelli che ci hanno dato la tragedia, la filosofia, la geometria e il canone della bellezza, usavano musica dappertutto: nei riti, nelle feste, nel teatro. Di tutta quella musica non ci è arrivato, in pratica, niente. Non svilupparono un sistema per scriverla e tramandarla, non ampliarono i loro due strumenti, ignorarono la polifonia. La prima brezza del tempo se l’è portata via.
È il punto di partenza della Breve storia eretica della musica classica di Alessandro Baricco (Feltrinelli, 2025), un libro che chi scrive su questa rivista considera tra le cose più acute pubblicate sulla musica negli ultimi anni. L’osservazione da cui parte è semplice e vertiginosa: quando, dopo il Mille, l’Europa smarrita andò a cercarsi un’origine e trovò la Grecia classica, tutti ebbero il loro modello. I filosofi ebbero Platone, gli scultori i bassorilievi, i poeti Omero. I musicisti si voltarono verso i Greci e non trovarono un solo esempio di musica da suonare e studiare. Baricco li chiama orfani: la gente dei suoni è l’unica, in tutta la cultura europea, che l’epoca classica ha dovuto fabbricarsela da sola. Ci mise settecento anni, e quando ci riuscì, tra la metà e la fine del Settecento, il nome dell’impresa rimase attaccato a tutto il repertorio: Musica Classica.
Da quell’orfanezza discende parecchio di ciò che diamo per scontato. Il primo a dare un nome ai suoni fu un monaco benedettino dell’undicesimo secolo, Guido d’Arezzo, che prese le sillabe iniziali di un inno a san Giovanni e ne cavò Ut, Re, Mi, Fa, Sol, La. Il Do arrivò quattro secoli dopo, il Si pure. Contando da Guido, la musica europea ha passato più tempo a costruirsi un alfabeto che a scrivere capolavori. E l’eredità greca che alla fine si trovò, i trattati matematici di Pitagora e dei suoi eredi, non conteneva musica: conteneva numeri, rapporti di corde, e una crepa, il comma pitagorico, che avrebbe tormentato accordatori e teorici per due millenni.
Perché ne parliamo. Perché questa rivista sostiene da sempre che il pubblico non deve capire la musica, deve lasciarsene attraversare; ma chi la racconta, la musica, ha il dovere di saperla raccontare bene, e il libro di Baricco è un modello di come si fa: prendere la storia ufficiale e scuoterla finché non cadono i luoghi comuni. Il volume sta nello scaffale di storia e critica della biblioteca di Melos, e nelle prossime settimane torneremo a saccheggiarlo: sui musicisti medievali come cacciatori-raccoglitori, sul temperamento equabile come Mp3 del Settecento, sul falso mito del Clavicembalo ben temperato, di cui la biblioteca conserva più di un parente illustre. I Greci, muti dal loro splendore, restano l’avvertimento appeso sopra la porta: una civiltà può produrre bellezza per secoli e perderla tutta, se non trova il modo di scriverla.
