Enrico Melozzi
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Ritratto di Wolfgang Amadeus Mozart. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Quasi tutta la musica strumentale scritta fra il 1750 e il 1900 usa lo stesso schema, e chi lo riconosce ascolta un’altra cosa rispetto a chi non lo riconosce. Si chiama forma sonata, sta nel primo movimento di quasi ogni sinfonia, quartetto, sonata e concerto, e per orientarsi non serve studiarla: serve sapere che si divide in tre momenti e che ognuno ha un segnale acustico riconoscibile.

Primo momento. La musica presenta due materiali diversi. Il primo arriva subito, di solito è energico, ritmico, spigoloso, e serve a piantare la tonalità di casa. Poi c’è un passaggio di transizione in cui la musica sembra darsi da fare senza dire niente di nuovo, ed è lì che avviene lo spostamento. Dopo quella zona arriva il secondo materiale, quasi sempre più cantabile, più disteso, in un’altra tonalità. Non serve sapere quale: si sente che il colore è cambiato e che l’aria è diversa. Questo primo momento si chiama esposizione e nella musica classica veniva ripetuto tale e quale, il che è il regalo più grande fatto all’ascoltatore: hai due possibilità di memorizzare i due temi prima che comincino i guai.

Secondo momento. I guai. La musica prende i materiali di prima e li smonta: ne usa un frammento, lo ripete in tonalità diverse, lo sovrappone, lo interrompe, lo porta in zone lontane. Il segnale acustico dello sviluppo è l’instabilità: niente resta fermo abbastanza a lungo, non si arriva mai a una chiusura, e si ha la sensazione fisica di essere lontani da casa. Chi si annoia in questa zona di solito è perché non ha registrato i temi prima, e quindi non riconosce i pezzi che gli vengono lanciati addosso.

Terzo momento, ed è il più facile da sentire in assoluto. A un certo punto, dopo la massima tensione, il primo tema torna nella tonalità di casa, uguale a come era all’inizio. Quel ritorno è costruito per essere percepito da chiunque: c’è quasi sempre una preparazione lunga, una nota tenuta al basso, un accumulo, e poi la cosa che conoscevi torna al posto suo. È il momento in cui in sala la gente si rilassa senza sapere perché. Da lì in poi il pezzo rifa il percorso di prima, ma con il secondo tema riportato a casa anche lui, ed è questo il vero scopo della forma: due materiali che all’inizio stavano in due posti diversi finiscono nello stesso posto.

Detto in due parole, la forma sonata è una storia di partenza e ritorno con un conflitto in mezzo, ed è lo stesso schema di metà dei film che hai visto. Non è una coincidenza. È che quella struttura funziona sull’attenzione umana, e chi la usa lo sa da duecentocinquant’anni.

Come allenarsi, in dieci minuti. Si prende un primo movimento di Haydn o di Mozart, che sono i più chiari perché le giunture si sentono, e si fanno tre cose. Si segna a che minuto arriva il secondo tema, cioè dove il carattere cambia. Si segna dove comincia a girare a vuoto, cioè lo sviluppo. Si segna dove torna l’inizio. Tre numeri su un foglio. Fatto due volte, si comincia a sentirli senza contarli.

Poi, quando lo schema è automatico, comincia la parte interessante, cioè guardare chi lo rompe e come. Beethoven allunga gli sviluppi finché diventano il baricentro del pezzo. Schubert entra nel secondo tema con un cambio di colore che non prepara. Brahms travestisce il ritorno in modo che ci si accorga di essere tornati soltanto dopo. Quelle scelte, senza lo schema in testa, sono invisibili. Con lo schema in testa sono il motivo per cui quella musica è grande.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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