Enrico Melozzi
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Jean-Baptiste Lully nel ritratto di Paul Mignard. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Parigi, 8 gennaio 1687. Luigi XIV è appena guarito da un’operazione che avrebbe potuto ucciderlo, e il suo musicista più potente, Jean-Baptiste Lully, celebra lo scampato pericolo dirigendo il proprio Te Deum con centocinquanta esecutori. All’epoca dirigere non significava agitare le mani: significava battere il tempo picchiando a terra un pesante bastone da cerimonia. Nel fervore dell’esecuzione Lully manca il pavimento e si pianta la punta sul piede.

Sembra niente, un dito ammaccato. Ma la ferita si infetta, la cancrena sale, e i medici propongono l’unica terapia del secolo: amputare il dito, poi il piede, forse la gamba. Lully rifiuta. Le versioni sulla ragione divergono e vale la pena riferirle entrambe: quella pratica dice che da ballerino, ed era stato il più celebre ballerino di corte della sua generazione, non accettava di vivere mutilato; quella maliziosa, riportata dai memorialisti, aggiunge che non voleva rinunciare a danzare davanti al re. La cancrena non aspettò la fine del dibattito. Morì il 22 marzo 1687, a cinquantaquattro anni, ricco come un ministro e potente come pochi musicisti lo sono mai stati: il monopolio regio sull’opera francese, che deteneva per privilegio, lo rendeva padrone di ogni nota rappresentata in Francia.

La morte di Lully è entrata nella mitologia musicale come la più assurda del repertorio, e lo è; ma dentro l’aneddoto c’è un pezzo serio di storia della prassi. Ci racconta come si tenesse insieme un’orchestra prima dell’invenzione del podio: col rumore, un colpo secco sul pavimento, che i francesi continuarono a usare ancora per decenni, tanto che Rousseau si lamentava del fracasso del bastone all’Opéra. Il gesto silenzioso del direttore moderno, quello che lavora un istante prima del suono, nasce anche da lì: dalla lenta sostituzione del colpo con il segno, del rumore con l’anticipo.

Quanto a Lully, il destino gli ha riservato un’ironia supplementare. L’uomo che Alessandro Baricco, nella sua Breve storia eretica, definisce con crudele eleganza l’unico capace di tradurre il nulla in musica, il fornitore ufficiale di splendore sonoro all’Assolutismo, è ricordato oggi soprattutto per il modo in cui è morto. La musica scenografica evapora con la scena che decorava; l’aneddoto resta. Per un compositore è una lezione severa: se scrivi per riflettere la luce di un re, quando il re tramonta rifletti il buio.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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