Leonard Bernstein. Foto di Jack Mitchell, via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).
La domanda arriva sempre, prima o poi, da chiunque guardi un concerto: ma il direttore, in concreto, cosa fa? I musicisti non leggono già tutto sulla parte? La risposta breve è: il direttore abita un tempo diverso. Tutto quello che fa accade un istante prima del suono.
Il gesto fondamentale non è il colpo che segna il tempo, l’ictus, ma quello che lo precede: la preparazione. È il respiro disegnato in aria che dice all’orchestra quando arriverà il battere, e soprattutto come: secco o morbido, pesante o volante. Un attacco d’orchestra riuscito è una profezia che si autoavvera: cento persone hanno letto lo stesso respiro e hanno deciso di crederci insieme. Per questo il gesto del direttore, visto in televisione, sembra sempre leggermente in anticipo sulla musica: lo è. Chi dirige vive un movimento avanti, come chi guida guardando cinquanta metri oltre il cofano.
Il resto del mestiere si divide tra prova e concerto, e la proporzione stupisce sempre: il lavoro vero è la prova. Lì il direttore decide l’equilibrio tra le sezioni, i tempi, il fraseggio, dove l’orchestra può respirare, chi deve emergere e chi sparire, e lo fa con le parole, cantando, fermando e ripartendo. Il concerto è il promemoria di quelle decisioni, amministrato con le mani: la destra governa il tempo, la sinistra il colore, gli occhi fanno il resto, e dietro le quinte c’è quasi sempre qualcuno che l’opera la conosce meglio di tutti.
La figura, poi, è giovane: per secoli le orchestre hanno suonato senza nessuno sul podio. Si guidava dal clavicembalo o dal primo violino, e quando serviva battere il tempo lo si faceva con un bastone sul pavimento, sistema che a Lully costò letteralmente la vita, come racconteremo qui a giorni. La bacchetta moderna si afferma solo nell’Ottocento con Spohr, Mendelssohn e Berlioz, e il direttore come lo intendiamo oggi, interprete assoluto e divo, è un’invenzione di fine Ottocento, consacrata da Toscanini.
Il test da fare al prossimo concerto è questo: non guardate le mani, guardate l’orchestra. Se i violoncelli si sporgono in avanti un attimo prima di un ingresso importante, se le teste si alzano tutte insieme nei punti pericolosi, il direttore sta lavorando bene, qualunque cosa facciano le sue braccia. La direzione è l’arte di far arrivare cento persone nello stesso futuro nello stesso momento; il pubblico sente il risultato con un istante di ritardo, ed è giusto così. Quel ritardo è la musica.
