Enrico Melozzi
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«Un concerto nel 1846», caricatura di Andreas Geiger da Cham. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Le caricature dell’epoca lo disegnavano così: Berlioz sul podio come un generale d’artiglieria, e tra gli strumenti dell’orchestra un cannone. Ridevano del gigantismo dei suoi organici, ma avevano colto il punto: nessuno prima di lui aveva pensato l’orchestra come un’arma di precisione. E infatti fu lui a scriverne il manuale: il Grand traité d’instrumentation et d’orchestration modernes, Parigi 1844, il primo grande libro interamente dedicato all’arte di orchestrare.

Prima del Trattato, l’orchestrazione si imparava a bottega e non se ne parlava: i manuali insegnavano l’armonia e il contrappunto, gli strumenti erano un fatto pratico. Berlioz li promosse a materia poetica. Il libro passa in rassegna ogni strumento, registro per registro, ma non come un catalogo tecnico: come una galleria di personaggi. Il clarinetto ha per lui il registro dell’amore e i toni nobili della tragedia; l’oboe la voce dell’innocenza ferita; il violino trattato in sordina un colore da apparizione. Sono giudizi di un poeta, discutibili uno per uno, e proprio per questo il Trattato ha educato l’orecchio di tutti quelli che vennero dopo: lo studiarono Musorgskij e Çajkovskij, e mezzo secolo dopo Richard Strauss lo giudicò ancora così vivo da ripubblicarlo con le proprie aggiunte, aggiornandolo a Wagner. Nella biblioteca di Melos stanno entrambe le versioni, l’originale francese e la revisione di Strauss: leggerle in parallelo è un corso di storia del suono orchestrale.

Il paradosso è che l’autore era, tra i grandi dell’Ottocento, il meno strumentista: suonava la chitarra e il flauto, niente pianoforte. Forse per questo sentì l’orchestra come nessun virtuoso della tastiera: era il suo unico strumento, e lo suonava per iscritto. Chi vuole sentire il Trattato in azione non ha che da mettere la Sinfonia fantastica, scritta peraltro quattordici anni prima del libro, dallo stesso uomo delle pistole e del travestimento: i timpani accordati in modo da poter suonare accordi, i violini che picchiettano col legno dell’archetto la danza degli scheletri, le campane del sabba. Ogni effetto che oggi il cinema ci ha reso familiare, l’ha collaudato lui, e poi ha avuto la cortesia di spiegare il trucco.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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