Enrico Melozzi
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Un corno naturale. Via Wikimedia Commons.

Il corno che suona nelle sinfonie di Haydn, di Mozart e del primo Beethoven era un tubo avvolto e nulla più: niente pistoni, niente macchina. Uno strumento così può produrre soltanto i suoni armonici naturali della sua lunghezza, una scala piena di buchi. E qui entra in scena una delle invenzioni più ingegnose della storia della prassi: la mano destra dentro la campana.

La tecnica, codificata a metà Settecento dal boemo Anton Joseph Hampel a Dresda, funziona così: chiudendo più o meno la campana con il palmo, l’intonazione si abbassa di un semitono o quasi un tono, e i buchi della scala si tappano uno a uno. Il prezzo è il timbro: le note chiuse suonano velate, un poco nasali, diverse dalle note aperte. Un cornista dell’epoca era un equilibrista che alternava suoni squillanti e suoni ombreggiati dentro la stessa frase, e i compositori scrivevano sapendo esattamente quali note sarebbero uscite in piena luce e quali in penombra: quel chiaroscuro era parte del discorso, non un difetto. Per cambiare tonalità, poi, si cambiava fisicamente un pezzo di tubo, la ritorta, e per questo nelle partiture si legge corno in Mi bemolle, in Re, in Fa: istruzioni di montaggio, parenti strette della trasposizione del clarinetto.

I pistoni arrivano attorno al 1814-18, in Germania, e aprono la strada al corno moderno, cromatico e uniforme. Ma la transizione fu tutt’altro che immediata, e il caso più delizioso è Brahms: scrisse fino alla fine, per tutta la seconda metà dell’Ottocento, pensando al corno naturale, che aveva imparato da ragazzo, e il famoso assolo che apre il suo Trio op. 40 è concepito per quel mondo di luci e ombre, anche se oggi lo si suona quasi sempre con i pistoni. Le orchestre che eseguono con strumenti d’epoca restituiscono quel chiaroscuro, ed è una delle differenze che si sentono subito, anche da profani: il corno smette di essere una superficie levigata e torna a essere un paesaggio con il sole e le nuvole. La prossima volta che in una sinfonia classica il corno sembra cambiare carattere da una nota all’altra, non è suggestione: per un secolo, quel carattere lo decideva un pugno.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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