Enrico Melozzi
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Fortepiano di Conrad Graf, Metropolitan Museum. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Quante note ci sono in un’ottava? Chiunque abbia visto una tastiera risponde dodici, e la risposta è giusta da circa due secoli e mezzo. Prima, era una domanda aperta con risposte da vertigine: Tosi ne insegnava cinquantacinque, altri teorici ne contavano trentuno o quarantatré, Newton sosteneva cinquantatré. Nessuno sbagliava, perché una risposta giusta non esisteva: nel continuo dei suoni possibili, stava agli uomini decidere cosa sentire. Il padre di Mozart sentiva due note diverse dove il nostro pianoforte ha un solo tasto nero.

È il capitolo più audace della Breve storia eretica della musica classica di Alessandro Baricco, il libro che stiamo attraversando a puntate su queste pagine, e contiene il paragone che da solo vale il prezzo di copertina: il temperamento equabile, la divisione dell’ottava in dodici parti uguali e tutte leggermente stonate, fu l’Mp3 del Settecento. Come l’algoritmo che negli anni Novanta svuotò i suoni digitali di gran parte dei loro dati, la compressione a dodici note buttò via una quantità enorme di materiale sonoro, e in cambio consegnò la leggerezza: strumenti che si accordavano una volta per tutte le tonalità, orchestre che potevano suonare insieme con una grammatica sola, una lingua musicale che si imparava in fretta e pronunciava tutto. Baricco arriva a chiamarlo un sottile genocidio di suoni, e non è iperbole da romanziere: molti musicisti dell’epoca lo vissero come una piccola morte, e la nostalgia non è mai passata del tutto, se è vero che Leopold Mozart distingueva ancora il Mi bemolle dal Re diesis e che Schönberg sognava di liberare i suoni dalla tonalità senza mai uscire dalla gabbia dei dodici.

La mossa, osserva Baricco, è una costante della specie: quando uno scenario si esaurisce, gli umani rinunciano a molto di ciò che possiedono per guadagnare la leggerezza necessaria a raggiungere ciò che non possiedono ancora. Con le dodici note comprate a quel prezzo, l’Occidente si è scritto Rameau, Beethoven, Wagner e i Beatles. Ogni tanto, però, conviene ricordare che la tastiera non è la natura: è un formato di compressione. E che l’orecchio umano, come dimostra chiunque canti stonando con gusto, contiene ancora tutte le note che il Settecento ha buttato via.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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