Giuseppe Verdi, pastello di Giovanni Boldini (1886). Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Giugno 1832. Un diciottenne di Busseto, mantenuto agli studi da un mecenate di provincia e dalla cassa di una congregazione locale, si presenta al Regio Conservatorio di Milano per l’esame di ammissione. Si chiama Giuseppe Verdi. Il verdetto della commissione è no.
Le carte dell’istruttoria esistono e raccontano un rifiuto più burocratico che musicale, il che lo rende peggiore. Verdi aveva quattro anni di troppo: il regolamento fissava l’ingresso a quattordici anni, lui ne aveva diciotto. Era suddito straniero, del ducato di Parma, e i posti gratuiti spettavano ai lombardo-veneti. E la commissione trovò da ridire sull’impostazione della mano al pianoforte, giudicata scorretta e ormai difficile da raddrizzare; sulle composizioni presentate, il giudizio fu più possibilista, ma non abbastanza da giustificare un’eccezione al regolamento. Nessuno scrisse mai privo di talento: scrissero fuori norma. È il modo in cui le istituzioni respingono senza sporcarsi.
Verdi restò a Milano a spese del suocero-mecenate e studì privatamente con Vincenzo Lavigna, maestro concertatore alla Scala, facendo il percorso che il Conservatorio gli aveva negato: contrappunto, fughe, e le serate nei teatri a imparare il mestiere vero. Il seguito è noto: il sistema produttivo dell’opera italiana se lo prese e ne fece il suo imperatore. La vendetta arrivò postuma e perfetta: dal 1901, anno della sua morte, il Conservatorio di Milano si chiama Conservatorio Giuseppe Verdi. Quando, ancora in vita, gli avevano prospettato l’intitolazione, il vecchio aveva risposto con la battuta che ogni respinto della storia dovrebbe incorniciare: non mi vollero giovane, mi vogliono vecchio.
La morale non è che le commissioni sbagliano sempre: è che i regolamenti non sanno leggere il futuro, e chi li applica senza guardare chi ha davanti trasforma un ufficio in una barzelletta che dura due secoli. La storia di Hans Rott dice cosa succede quando il respinto si spezza; quella di Verdi cosa succede quando il respinto vince. In mezzo ci sono tutti gli altri, quelli di cui non sapremo mai: ed è a loro che ogni istituzione musicale dovrebbe pensare, quando compila il prossimo verbale.
