La sala del Teatro Regio di Torino. Via Wikimedia Commons.
Il Regio di Torino ha dato alla stagione 2026/27 un titolo da romanzo, Fatale, e un’inaugurazione da manuale di storia: il 15 ottobre 2026, Cavalleria rusticana e Pagliacci, il dittico verista per antonomasia, diretto dal direttore musicale Andrea Battistoni con due registi diversi per le due opere, Daniele Menghini e Francesco Micheli. Ma il colpo vero è il contorno: attorno al dittico, tra ottobre e novembre, il teatro monta un intero Progetto Verismo con quattro titoli in ventidue recite, recuperando l’Iris di Mascagni e, mossa da veri intenditori, la Bohème di Leoncavallo: la rivale sfortunata, scritta negli stessi anni di quella di Puccini sullo stesso soggetto, e da ascoltare almeno una volta nella vita per capire come funzionava davvero il mercato dell’opera di fine Ottocento.
Il resto dell’anno tiene il tema del destino con coerenza rara nei cartelloni italiani: l’Edgar giovanile di Puccini con Carlo Rizzi, la Juditha triumphans di Vivaldi in forma di concerto con Gianluca Capuano, una Salome affidata allo sguardo del regista di cinema ungherese Kornél Mundruczó, la Carmen di Oren, e un Evgenij Onegin firmato Robert Carsen a chiudere in giugno. Novanta recite, nove nuovi allestimenti, trenta debutti: numeri da teatro in salute. A dicembre, prima della lirica, il palco è della danza, con Bolle, il Tokyo Ballet che porta anche una Sagra della primavera, e uno Schiaccianoci georgiano.
Il commento di Melos: il Regio, che ha la sala più moderna tra i grandi teatri storici italiani, quella disegnata da Mollino dopo l’incendio, si conferma il più coraggioso nel costruire stagioni a tema invece che a catalogo. Si può discutere il tema, non il metodo: un cartellone che racconta una storia si abbona meglio di un elenco. E un teatro che ti fa ascoltare la Bohème sbagliata per farti capire quella giusta sta facendo, in fondo, il lavoro di una rivista. Fonti: presentazione ufficiale della stagione 2026/27, Teatro Regio di Torino, maggio 2026.
