del Coro di Melos, comitato tecnico-scientifico
Applausi finali a una recita d’opera, festival di Savonlinna. Via Wikimedia Commons (CC BY-SA).
C’è un momento di terrore sociale che ogni nuovo ascoltatore conosce: la musica si ferma, le mani prudono, e metà sala fulmina con lo sguardo chi ha osato battere le mani tra un movimento e l’altro. Ecco la notizia che quel fulminatore non sa: per quasi tutta la storia della musica, l’applauso a metà pezzo non solo era ammesso, era il segnale che le cose andavano bene.
Le fonti sono inequivocabili. Mozart, raccontando al padre la prima della sinfonia Parigi nel 1778, gioisce perché il pubblico ha applaudito nel bel mezzo del primo movimento, in un passaggio che aveva scritto apposta per strappare la reazione, e riferisce l’usanza di battere le mani durante l’esecuzione come un fatto ovvio. Alla prima della Settima di Beethoven, il secondo movimento fu bissato all’istante; all’opera prima della rivoluzione toscaniniana si applaudiva l’acuto, l’aria, la scena, e il bis a metà recita era la valuta del successo. Il silenzio integrale tra i movimenti è una costruzione recente: nasce tra fine Ottocento e Novecento, con la sacralizzazione del concerto, e si consolida dopo la guerra, quando il disco abitua l’orecchio a opere senza pubblico dentro.
Detto questo, il Coro di Melos non viene a predicare il liberi tutti. Il silenzio tra i movimenti una cosa buona la protegge davvero: certe architetture vivono del passaggio senza applausi, e un attacco di mani dopo il terzo movimento della Patetica, prima del finale lento, ammazza esattamente ciò che Çajkovskij ha costruito. Il punto è un altro: la differenza tra una regola e un galateo. La regola serve la musica; il galateo serve a riconoscere chi è del giro, e quando il secondo prende il posto della prima, il concerto diventa l’esame che abbiamo già abolito.
Quindi la posizione ufficiale della rivista è questa: chi applaude nel posto sbagliato ha sbagliato di entusiasmo, che è l’unico errore che una sala da concerto dovrebbe accogliere con gratitudine. Il direttore che si volta sorridendo e chiede con un gesto di aspettare il finale educa meglio di cento occhiatacce. E se un movimento è stato travolgente, l’applauso spontaneo che parte è un documento storico vivente: per un attimo, la sala è tornata al 1778, quando la musica era una conversazione e non una messa. Mozart, da dove ascolta, batte le mani con voi.
