Carlos Kleiber in sala d’incisione con la Staatskapelle di Dresda. Deutsche Fotothek, via Wikimedia Commons.
La battuta è di Herbert von Karajan, che di lavoro se ne intendeva avendone fatto sempre troppo: Carlos Kleiber dirige solo quando ha il frigorifero vuoto. Era un complimento travestito da frecciata, e per una volta la statistica conferma la barzelletta: in mezzo secolo di carriera, l’uomo che molti colleghi e critici considerano il più grande direttore della seconda metà del Novecento è salito sul podio per una novantina di concerti e poche centinaia di recite d’opera. Karajan, nello stesso arco di tempo, ne accumulò migliaia.
Tutto, in Kleiber, era sottrazione. Niente interviste, in pratica mai; niente incarichi stabili dopo gli anni di Monaco; un repertorio minuscolo, poche opere e un pugno di sinfonie, limate per decenni: la Quinta e la Settima di Beethoven incise coi Wiener negli anni Settanta restano per molti il punto più alto della discografia sinfonica, e il video della Fledermaus o del concerto di Capodanno 1989 mostra cosa fosse quel gesto, un disegno nell’aria più che una battuta del tempo, la musica descritta invece che comandata. Chi suonò con lui racconta prove ossessive e serate in cui l’orchestra si sentiva sollevata da terra. Poi, per mesi o anni, il silenzio: lettere di disdetta, sparizioni, il rifiuto come stile di vita. Negli anni Novanta accettò un concerto in cambio, letteralmente, di un’automobile Audi nuova: il frigorifero, evidentemente, era di nuovo vuoto.
Il padre spiega molto: Erich Kleiber, direttore immenso, che lasciò la Germania nazista per l’Argentina, e che al figlio sconsigliò la musica con durezza. Carlos visse tutta la vita nel duello con quel fantasma, dirigendo spesso gli stessi titoli del padre, con le partiture del padre, quasi a chiedere un permesso che nessuno poteva più dargli. Morì nel 2004, appartato fino all’ultimo, in Slovenia, nel villaggio della moglie.
Nell’economia dell’attenzione, dove chi sparisce muore, Kleiber è il controesempio che tiene in piedi una speranza: fece della rarità la sostanza stessa del valore, agli antipodi pratici di Celibidache ma sulla stessa collina filosofica, e il mercato, che pure detesta chi non produce, si arrese: ogni sua apparizione diventava leggenda prima di cominciare. Novanta concerti bastarono. È la dimostrazione più elegante che in arte la quantità non è una virtù: è solo la cosa che si conta più facilmente.
