Enrico Melozzi
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Una viola. Via Wikimedia Commons.

Chiunque abbia aperto una partitura d’orchestra ha incontrato l’anomalia: tutti i righi cominciano con le due chiavi che si imparano da bambini, violino e basso, tranne uno. Il rigo delle viole porta un simbolo diverso, una specie di tre stilizzato con il baricentro sulla linea di mezzo: la chiave di contralto, o chiave di do. La viola è l’unico strumento dell’orchestra moderna che la usa come casa stabile, e la ragione è un piccolo corso di storia della notazione.

Le chiavi non sono che etichette mobili: dicono quale linea del pentagramma corrisponde a quale nota. Per secoli ne circolarono molte, una per ogni registro vocale, soprano, mezzosoprano, contralto, tenore, baritono, e i musicisti le leggevano tutte, come mostra qualsiasi pagina del Gradus di Fux. Il principio era pratico: scegliere la chiave che tiene le note dentro il pentagramma, riducendo al minimo i tagli addizionali, le lineette aggiuntive che affaticano l’occhio. Poi la semplificazione ottocentesca fece piazza pulita: violino per gli acuti, basso per i gravi, e le chiavi di do sopravvissero solo dove erano insostituibili. Il registro della viola, appollaiato esattamente a metà strada, è il caso perfetto: in chiave di violino affonderebbe sotto il rigo, in chiave di basso volerebbe sopra. La chiave di contralto lo abbraccia al centimetro. Non è una stranezza: è l’unica soluzione sartoriale sopravvissuta a un guardaroba che ne conteneva sette.

Attorno a questa chiave è cresciuta l’identità più sottovalutata dell’orchestra. La viola è lo strumento del registro medio, quello che non squilla e non rimbomba: per due secoli le hanno affidato i riempimenti, e su questo i violisti hanno costruito un’autoironia da manuale, le barzellette sulle viole sono un genere folclorico internazionale. Ma il registro medio è il luogo dove l’armonia vive davvero, e i compositori che contano lo hanno sempre saputo: Mozart, quando suonava quartetti con Haydn, sceglieva la viola; Beethoven in orchestra da giovane sedeva tra le viole; Hindemith e Berlioz le dedicarono il repertorio che meritava, e il Trattato di Berlioz difende il suo timbro con parole da innamorato. Chi vuole sentire cosa sa fare, ascolti l’apertura del sesto Concerto brandeburghese, scritto senza violini, o il lamento della viola sola che apre il Don Chisciotte di Strauss.

Il consiglio pratico, per chi studia o canta in coro: imparare a leggere la chiave di do non è archeologia, è una palestra che ripaga. Chi la possiede legge i corali antichi, le parti di tenore, le partiture rinascimentali, e soprattutto capisce il principio che regge tutta la notazione: il pentagramma è una finestra mobile sul continuo dei suoni, e la chiave è la maniglia. La viola, testarda, ha tenuto la maniglia antica. Anche per questo, in orchestra, è lo strumento che assomiglia di più a una memoria.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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