Maria Callas ringrazia il pubblico al Concertgebouw di Amsterdam, 1959. Anefo, Nationaal Archief, via Wikimedia Commons (CC0).
Firenze, maggio 1953. Al Teatro Comunale, per il Maggio Musicale, Vittorio Gui dirige la Medea di Cherubini, e nel ruolo della maga che uccide i figli c’è un soprano greco-americano di ventinove anni che pesa intorno ai novanta chili. La voce è una colata: grave scuro, acuti di metallo, una forza che riempie la sala senza sforzo apparente. Lei, però, si guarda allo specchio e vede un’altra cosa. Medea è una donna consumata dall’odio, e il corpo che la porta in scena racconta un’altra storia. Decide che quel corpo va cambiato.
Undici mesi dopo, il 12 aprile 1954, Maria Callas entra alla Scala come Elisabetta nel Don Carlo di Verdi e la bilancia segna 64 chili e 800 grammi. Ha perso almeno un quarto del suo peso: una venticinquina di chili a stare alle sue parole, fino a trentasei secondo altre ricostruzioni. Le fotografie di quella stagione sembrano ritrarre due persone diverse. Il 7 dicembre dello stesso anno apre la stagione scaligera con La vestale di Spontini, e alla regia c’è Luchino Visconti, che con quella donna sottile costruirà cinque spettacoli, tra cui la Traviata del 1955: un’attrice che si muove come un’attrice, e non più una voce che si sposta da un lato all’altro del palco.
Come ci riuscì resta materia di leggenda. Lei parlò di una dieta sensata, insalate e pollo. Il marito, Giovanni Battista Meneghini, raccontò invece di una telefonata concitata dal Grand Hotel e di una tenia espulsa nella vasca da bagno, la famosa storia del verme solitario che da settant’anni attraversa biografie e rotocalchi senza che nessuno l’abbia mai dimostrata. Quello che è documentato è il risultato, e il risultato ha diviso il mondo dell’opera in due partiti che non hanno mai firmato la pace.
Il primo partito dice che la voce cambiò con il corpo. L’argomento più citato viene da Walter Legge, il produttore della EMI che la registrava: durante le sedute della Forza del destino, nel 1954, il vibrato si era allargato al punto che Legge minacciò, con una battuta rimasta famosa, di allegare una pillola contro il mal di mare a ogni facciata del disco. È una tesi che ha una sua fisiologia: il cantante lirico respira con tutto il tronco, e un sostegno costruito su un certo corpo non si trasferisce intatto in un corpo con un quarto di massa in meno. Il foniatra Franco Fussi, analizzando le registrazioni con lo spettrografo, ha descritto proprio questo: un compenso respiratorio che dopo il dimagrimento caricò i muscoli posteriori del tronco e rese più instabile la parte alta della voce.
Il secondo partito guarda il calendario. Dopo il 1954 vengono la Traviata con Visconti, la Lucia di Berlino diretta da Karajan nel 1955, l’Anna Bolena del 1957: gli anni in cui la Callas diventa la Callas. Il cedimento vero arriva dopo, dal 1958 in avanti, con la Norma interrotta a Roma davanti al presidente della Repubblica, e precipita negli anni Sessanta, quando il peso non cambia più da tempo. Una dieta non presenta il conto dieci anni dopo averlo aperto. Nel 2026, sul Journal of Voice, un gruppo di medici italiani guidato da Rosario Marchese-Ragona ha ripreso un’ipotesi che circolava da tempo, quella della dermatomiosite, una malattia autoimmune rara che attacca i muscoli, compresi quelli della laringe e della respirazione, e l’ha messa a confronto con i sintomi documentati: affaticamento progressivo, fiato che non regge, raucedine che va e viene, miglioramenti parziali con il cortisone. È un’ipotesi, non un’autopsia. Ma sposta il peso dell’accusa da dove lo avevano messo i giornali.
Resta il fatto più semplice, che le due scuole accettano entrambe. La voce del 1953 e quella del 1955 non sono la stessa voce: la prima è più piena, la seconda più mobile e meno sicura negli estremi, al servizio di un teatro che prima non esisteva. La Callas scambiò una parte del suono con un corpo capace di recitare, e lo fece sapendo quello che faceva. L’ultima volta che cantò un’opera in scena fu al Covent Garden di Londra, il 5 luglio 1965: era Tosca, e Scarpia era Tito Gobbi.
