del Coro di Melos, comitato tecnico-scientifico
Mary Cassatt, Nel palco, 1878. Boston, Museum of Fine Arts. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Milano, metà gennaio 1872. Il Teatro alla Scala è chiuso al pubblico, e Franco Faccio legge con l’orchestra una pagina che nessuno ha mai sentito: la sinfonia che Verdi ha scritto per la prima italiana di Aida, al posto del breve preludio che al Cairo, poche settimane prima, aveva aperto l’opera. Verdi ascolta, e la ritira. Ne dirà che, per quanto ben suonata, era una pretenziosa insulsaggine. L’8 febbraio Aida va in scena alla Scala con Teresa Stolz nel ruolo del titolo e il vecchio preludio davanti. La sinfonia finisce in un cassetto.
L’uomo che in quel momento riempiva i teatri d’Italia più di chiunque altro dubitava di una pagina per sola orchestra. Conosceva il suo pubblico. Nel teatro italiano dell’Ottocento l’applauso aveva i suoi posti assegnati, e quei posti erano scritti in partitura. Il più sicuro di tutti si chiamava cabaletta.
Il meccanismo lo aveva codificato Rossini e lo aveva messo nero su bianco, nel 1859, il critico Abramo Basevi, che lo chiamò la solita forma. Prima una scena, poi un cantabile lento, dove il personaggio si ferma a sentire. Poi il tempo di mezzo, dove arriva una notizia, un messaggero, un coro, qualcosa che rimette in moto l’azione. E infine la cabaletta: veloce, spinta da un ritmo che batte come un galoppo, con la strofa cantata due volte, la seconda con le fioriture del cantante, e una coda virtuosistica che porta dritta all’ultima nota. Non c’è niente di casuale in quella chiusa. La ripetizione dà alla sala una seconda occasione per misurare il cantante, la coda gli dà il terreno per vincere, e tutto converge su un istante preciso in cui l’ultima nota si spegne e il giudizio può esplodere. Il verdetto era il battimano. Il pubblico lo sapeva a tal punto che i tenori, in Di quella pira, cantano ancora oggi un Do acuto che Verdi non scrisse: lo mise la tradizione, perché la sala lo aspettava.
La sinfonia chiede il contrario. Chiede di sospendere il giudizio per venti, trenta, sessanta minuti, di seguire un’architettura invece di una persona, di applaudire la forma e non il rischio. È un’educazione, e in Italia arrivò tardi. La Società del Quartetto di Milano nacque soltanto nella primavera del 1864, per iniziativa di Tito Ricordi e Arrigo Boito, con lo scopo dichiarato di diffondere la musica da camera e sinfonica. La Nona di Beethoven fu eseguita per la prima volta in Italia il 18 aprile 1878, nella sala del Conservatorio di Milano, diretta proprio da Faccio: cinquantaquattro anni dopo Vienna. Verdi, che pure la ammirava, sull’ultimo tempo espresse riserve.
Da qui viene la differenza che ancora si sente nelle sale italiane. Un pubblico cresciuto nei teatri d’opera ha imparato ad applaudire una voce nell’istante in cui supera l’ostacolo, come si applaude un salto. Non ha avuto un secolo di concerti per imparare a trattenere le mani fino all’ultimo accordo di un finale. Chi lo rimprovera per un applauso fuori posto dimentica che quelle mani sono state educate, e benissimo, da Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi, che sapevano esattamente quando farle partire. Il Coro di Melos ci vede due grammatiche, più che un difetto da correggere, e un paese che ne parla da sempre una sola con la naturalezza della lingua madre.
La sinfonia di Aida restò a Sant’Agata per quasi settant’anni. La prima volta che un pubblico poté ascoltarla, e decidere se applaudirla, fu il 30 marzo 1940, in una trasmissione radiofonica da New York, con l’Orchestra sinfonica della NBC. La dirigeva un parmigiano che a diciannove anni aveva suonato il violoncello alla prima di Otello, sotto gli occhi di Verdi: Arturo Toscanini.
