Seconda parte della conversazione con Eugenio Maria Degiacomi, basso-baritono di Parma, ospite di The Classical Rave Party domenica 15 novembre, alle ore 20, in Sala Santa Cecilia. Nella prima puntata ha raccontato il Pavarotti imitato a cinque anni, il loggione di casa, le accademie e il mestiere di far ridere. Qui si parla di Britten, del coro di voci bianche che dirige, di che cosa manchi all’opera scritta oggi e del finale di Don Giovanni che porterà a Roma.
Questo autunno sei in Death in Venice di Britten con OperaLombardia. Come si passa dal buffo italiano all’inglese di Britten e al suo modo di fare teatro?
Ho trovato l’opera di Britten di una decadenza così palustre che, in fondo, ogni personaggio ha qualcosa del grottesco tipico del buffo. E l’opera ricalca tremendamente bene il romanzo breve di Mann. Solo che il buffo è un personaggio austero in un contesto ridicolo; in Britten, penso, è il contrario: un personaggio buffo in un contesto violentissimo. Quanto alla scrittura musicale, credo non esista opera di repertorio più difficile. Dico di repertorio perché, bene o male, viene rappresentata, e non è un titolo contemporaneo inedito, come se ne sentono tanti. In breve, l’umanità che ti insegna il ruolo buffo torna davvero comoda in contesti di forte dolore e di dramma come questo.
In quell’opera molti ruoli durano pochi minuti. Come si lascia un segno in una scena breve?
Pregando che il pubblico e il teatro si accorgano della differenza che fanno seconde parti e comprimari di qualità. La valanga di personaggi dell’opera di Britten fatica davvero a emergere, ma non credo vadano letti come ruoli solistici. Le parti che escono davvero, protagonista e baritono a parte, sono quella di Apollo, del portiere dell’albergo e dell’impiegato inglese. Lì non serve sapere come lasciare il segno: basta fare bene il proprio mestiere, perché ognuna di quelle parti ha il suo spazio, un’aria o una grande scena. I personaggi secondari microscopici, invece, andrebbero visti, secondo me, come una enorme frammentazione delle parti corali, un coro di solisti. Così si capisce come leggere quei momenti di massa, come la scena della reception o quella del mercato.

Dal 2018 dirigi il Coro Ars Canto G. Verdi, voci bianche e giovanili di Parma. Che cosa impari sulla tua voce quando stai dall’altra parte, davanti a voci di bambini?
Dirigere il coro insegna moltissimo su come cantare bene sotto la direzione di altri, e sui trucchi per capire il gesto di qualunque direttore. Va detto che essere cantante è utilissimo quando dirigi cori amatoriali, perché puoi dare una gran mano sull’emissione e sulla resa vocale, oltre a concertare i brani. Io adoro dirigere il coro, e penso che sia un’esperienza estremamente formativa per chiunque voglia fare il cantante, sul piano musicale come su quello umano.
Hai cantato in prime assolute di opere contemporanee al Regio. Che cosa manca all’opera scritta oggi per tornare popolare come ai tempi di Verdi?
Credo che la risposta stia su troppi livelli. In generale manca identità, cioè qualcosa che mi faccia dire: sì, questa è un’opera lirica. Molte composizioni nuove rispondono, com’è naturale, a un’esigenza stilistica contemporanea, ma credo che questo spiazzi l’ascoltatore medio. Se vai a teatro ti aspetti qualcosa come Verdi e Mozart, non come Britten, tanto per capirci. Andare a teatro e ascoltare qualcosa che somiglia a Britten, ma di un autore sconosciuto, sa di pretenzioso e di inutilmente snob (con buona pace di tutti: non è detto che sia per forza così, eh). Insomma, manca il motivetto che ti acchiappa, manca quel fuocherello che ti trascina dentro la musica; manca tutta quella parte che non è dolore intellettuale ma carnale, comune.

Il cantante è l’unico musicista che non vede e non tocca il suo strumento. Come ti prendi cura della voce, e come cambia il rapporto con il corpo nel giorno di una recita?
Sono la persona peggiore a cui fare questa domanda. Vi prego, passiamo alla prossima: credo che su questo la mia foto sia sul dizionario alla voce «esempio da non seguire».
Una voce lirica è nata per riempire un teatro senza microfono. Che cosa le succede in mezzo a impianti, bassi elettronici e un pubblico in piedi?
Trovo davvero strano cantare in un microfono, tanto per rispondere in maniera bizzarra. Non è come la differenza fra analogico e digitale, ma è vero che l’elettronica fatica molto a restituire qualcosa di simile alla voce lirica. Quanto invece allo stile, al crossover, lì lo adoro. Non penso ci sia nulla di più divertente della fusion con la voce lirica, purché la voce sia davvero coerente con il brano che si propone.
Il 15 novembre, che cosa canterai? E che cosa ti aspetti da una sala da concerto trasformata in rave?
Il 15 novembre proporremo un terzetto in due. E già così fa ridere. Ma la prima volta che l’ho eseguito mi sono divertito immensamente, e questo vuol dire che è una cosa genuina, spontanea, di cuore. Mi piacerebbe che il pubblico capisse quanto mi diverto a fare queste cose, senza gridare allo scandalo. È quasi una tradizione di buon auspicio per la serata, e non la cambierei con niente al mondo. Aggiungiamo che è il finale di un’opera che adoro, il Don Giovanni, e il cerchio si chiude.

C’è qualcosa che vuoi dire e che non ti abbiamo chiesto?
Sì: imparate a tornare a essere pubblico. Smettetela di farvi indottrinare su chi è bravo e chi no, e date valore a ciò che vi piace, fosse anche l’ultimo degli ultimi. L’arte deve muovere qualcosa, non seguire il consiglio dell’amico che ne sa. Detto questo, vorrei che si leggesse l’ermetismo delle mie risposte sapendo che dentro ogni frase c’è un mondo da scoprire.
