Enrico Melozzi
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La chitarra, dice, va prima ascoltata dal vivo e poi giudicata. Carlotta Dalia, toscana, classe 1999, ha cominciato a otto anni e a dodici era già sul palco da solista. Si è formata con Oscar Ghiglia all’Accademia Chigiana e con Laura Young al Mozarteum di Salisburgo, ha inciso in prima mondiale la musica per chitarra sola di Ida Presti e, per il disco Segovia, ha suonato la Hauser costruita per il maestro spagnolo. A settembre è uscito per Berlin Classics Paganini, con il Goldmund Quartett: cinque strumenti appartenuti a Paganini, suonati insieme per la prima volta, e la chitarra è nelle sue mani. Insegna al Conservatorio di Bergamo e quest’anno ha scoperto il flamenco su una Conde Hermanos del 1952. Domenica 15 novembre, alle ore 20, in Sala Santa Cecilia per The Classical Rave Party, suonerà Re-Birds, il brano che Enrico Melozzi ha scritto per lei.

Hai cominciato a otto anni e a dodici hai dato il primo concerto da solista. Che cosa è rimasto di quella bambina nel modo in cui sali sul palco oggi?

Negli anni sono cambiate tante cose, ovviamente. Ma la sensazione della tastiera sotto le dita è ciò che mi ha fatto innamorare il primo giorno, e per me resta essenziale. Sono passati gli anni, e amo la chitarra esattamente come allora.

Hai studiato con Oscar Ghiglia alla Chigiana e poi con Laura Young al Mozarteum. Che cosa ti hanno dato di diverso queste due scuole?

Ho avuto la fortuna di studiare con moltissimi maestri di altissimo livello: oltre a quelli che avete citato, Alessandro Benedettelli, Carlo Marchione, Aniello Desiderio. Ognuno di loro mi ha dato molto. La cosa più preziosa, credo, è stata avere il loro sostegno e poi la libertà di essere me stessa.

Per Segovia hai suonato la chitarra che Hermann Hauser I costruì per Andrés Segovia. Che cosa ti ha chiesto quello strumento, fisicamente, che la tua chitarra non ti chiedeva?

La chitarra appartenuta ad Andrés Segovia è uno strumento davvero unico. I timbri delle chitarre di Hauser sono incredibili, e suggeriscono all’interprete soluzioni precise nelle scelte musicali. Studiare un certo repertorio su quella chitarra ha di sicuro influito sulle mie scelte e sul mio gusto.

La chitarrista Carlotta Dalia
Carlotta Dalia. Foto di Luca Burocchi

Il disco si chiude con Re-Birds, da un frammento di Rameau, che Enrico ha scritto per te. Come è nato il pezzo, e com’è lavorare con un compositore vivo che conosce il tuo modo di suonare?

Il brano che Enrico ha scritto per me è nato praticamente insieme alla nostra amicizia, e come l’amicizia è stato immediato, spontaneo. Gli sono molto grata di aver dedicato il suo tempo e la sua fantasia alla chitarra classica, e di aver scelto di dedicare a me questo pezzo. Ricordo che poche settimane dopo era già in programma, in una tournée in Sudamerica.

Segovia ha costruito il repertorio della chitarra chiedendo musica ai compositori del suo tempo. Oggi chi deve scrivere per la chitarra, e che cosa chiedi a un compositore quando gli commissioni un pezzo?

Credo che agli occhi di un compositore la chitarra abbia ancora molto potenziale, soprattutto nel repertorio cameristico e sinfonico. Il repertorio commissionato da Segovia è stato quasi tutto per chitarra sola: ci sono anche alcuni concerti e quintetti, ma la proporzione non è equa. Io credo molto nella spontaneità. Mi auguro che i compositori si innamorino della chitarra in modo sincero e ne capiscano il vero potenziale, il vero valore. È uno strumento ancora troppo poco conosciuto, e troppo poco considerato.

Nel 2019 hai vinto il Paganini di Parma, e a settembre è uscito il disco Paganini con il Goldmund Quartett, che suona gli strumenti appartenuti a lui. Che musicista hai scoperto nel Paganini che scriveva per la chitarra?

Per la chitarra Paganini ha scritto brevi composizioni, una sonata e molta musica da camera. La chitarra dei suoi tempi era uno strumento molto diverso da quello di oggi: aveva un suono rotondo, ma molta meno proiezione. E infatti quella che suono nel disco è una delle chitarre appartenute a lui. Fra le sue pagine per chitarra più famose ci sono i Ghiribizzi, una raccolta di pezzi brevi, spesso ispirati a melodie celebri dell’epoca. Per Paganini la chitarra è stata una compagna di viaggio: all’occorrenza sostituiva il pianoforte per arrangiare le parti orchestrali, ed era lo strumento che non suonava in pubblico ma che lo accompagnava sempre. Scoprire il Paganini chitarrista vuol dire scoprire un lato di questo artista che nemmeno si immagina.

In quel disco suoni la Sonata in la maggiore per violino solo trascritta per chitarra. Come si porta su sei corde pizzicate una scrittura pensata per l’arco?

La trascrizione è di Manuel Barrueco, e la cosa curiosa è che qui era proprio Paganini a ispirarsi alla chitarra. Si fa un po’ il percorso inverso. La chitarra classica ha molto repertorio trascritto, e credo che alla base di una buona interpretazione ci sia sempre l’originale, a cui ispirarsi facendo in modo che le peculiarità della chitarra diventino un punto di forza, mai uno svantaggio o un termine di paragone.

Hai inciso in prima mondiale la musica per chitarra sola di Ida Presti. Perché Presti è rimasta dimenticata così a lungo?

Ida Presti è stata una grandissima interprete, e negli anni in cui ha suonato in giro per il mondo era celebre: una musicista eccelsa, scomparsa troppo presto. Molti dei brani che ha composto sono stati pubblicati dopo la sua morte dai suoi allievi, ai quali regalava gli spartiti.

Andrebbe ricordata diversamente, e con un riguardo maggiore.

La chitarra ha un suono piccolo e le sale sono grandi. Come affronti uno spazio come la Sala Santa Cecilia, e che rapporto hai con l’amplificazione?

Su questo non sono molto d’accordo. Oggi la chitarra non ha un suono piccolo. Suono spesso con l’orchestra senza amplificazione, e lo scorso febbraio ho registrato dal vivo il Concierto de Aranjuez con la Royal Liverpool Philharmonic, tutto senza amplificazione. Certo, dipende da tanti fattori, e ogni tanto l’amplificazione non guasta, ma la liuteria di oggi ci permette di essere abbastanza liberi. Dipende anche dall’interprete, e ci sono delle eccezioni. Però credo che la chitarra andrebbe prima ascoltata dal vivo, e poi giudicata.

Hai detto che è meglio studiare quattro o cinque ore davvero concentrati che otto con la testa altrove, e che l’ansia è un eccesso di attenzione rivolta al futuro. Come si allena la presenza, prima ancora delle dita?

La mente ha un peso incredibile: può far volare le dita o bloccarle. Oggi, anche per colpa dei social, viviamo spesso in un mondo che non è «qui e ora». Vivere nel presente è una scelta che si compie a ogni secondo, e devo ammettere che è molto difficile, anche per me che scrivo queste belle parole. Come tutte le cose, si allena con la costanza e con la consapevolezza.

La chitarrista Carlotta Dalia
Carlotta Dalia. Foto di Luca Burocchi

Unghie, polpastrelli, schiena: per un chitarrista il corpo va curato ogni giorno. Che cosa fai per le mani, e che cosa hai imparato dalla fatica?

Lo sport aiuta moltissimo, anche se viaggiando è difficile essere costanti. Non c’è niente di meglio per proteggere la schiena e le articolazioni. Ed è un grande sfogo per la mente.

Dal 2024 insegni al Conservatorio di Bergamo. Come arrivano in classe i ragazzi cresciuti con i tutorial e i video di trenta secondi?

Ho cominciato a insegnare in conservatorio a ventidue anni, e molti dei miei allievi erano miei coetanei o persone ben più grandi di me. In molti vedo lo stesso amore per la chitarra che ho io, in altri ancora tanta immaturità, che unita a questo nuovo mondo dei social non aiuta. La musica è forse l’unica cosa che nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire, perché c’è qualcosa in lei che non si riproduce attraverso uno schermo e che ha bisogno dell’emozione dal vivo. A molti dei miei allievi forse manca questo: spegnere un po’ il telefono e guardare di più quello che hanno davanti agli occhi.

Suoni anche una Conde Hermanos del 1952 che viene dal mondo del flamenco. Quanto ti serve la parte popolare della chitarra, e dove la tieni nel tuo repertorio?

Quest’anno ho scoperto un lato del mio modo di suonare che non avevo mai sperimentato, e che ha rinnovato il mio amore per questo strumento. Suonare la musica di Paco de Lucía su uno degli strumenti costruiti dai suoi liutai di fiducia è stato di grandissima ispirazione: un modo per imparare nuove tecniche e per guardare con occhi diversi anche il repertorio classico.

La chitarrista Carlotta Dalia
Carlotta Dalia. Foto di Andrej Grilc

Il 15 novembre, che cosa suonerai? E che cosa ti aspetti da una sala da concerto trasformata in rave, dove il silenzio non è garantito?

Suonerò il brano che Enrico mi ha dedicato. Non vedo l’ora, perché quella musica è capace di creare una grandissima atmosfera, e sono sicura che saprà conquistarsi da sola il silenzio e l’attenzione che merita. Anche se non è scritto in partitura, il silenzio misterioso del pubblico fa parte di quelle stesse note.

The Classical Rave Party, domenica 15 novembre 2026 alle ore 20, Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma. Romaeuropa Festival.

Il testo è diCarlotta DaliaCon la supervisione del comitato tecnico-scientifico di Melos.
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