Marta Sollima ha cominciato a scrivere canzoni a undici anni, a Palermo, e oggi, che ne ha trenta, le canta per la prima volta su disco. Si chiama I Was Born Irregular ed è il suo esordio: gli arrangiamenti sono di suo padre, Giovanni Sollima, che ha messo marimba, mandolino e arpa dove lei non se li sarebbe mai aspettati, la batteria e l’elettronica sono di Giovanni Giorgi, e c’è anche Paolo Fresu. Nipote di Letizia Battaglia, passata dal Brass Group di Palermo all’Accademia di Brera e alla NABA di Milano, si definisce un’istintiva, refrattaria alla scuola, e scrive per immagini più che per storie, perché il significato, forse, preferisce che resti segreto. Domenica 15 novembre, alle ore 20, in Sala Santa Cecilia per The Classical Rave Party, porterà con l’Orchestra Notturna Clandestina Embracing the Water: la canzone che ha dato il titolo al disco ed è rimasta fuori, perché chiedeva un’orchestra.
Hai cominciato a scrivere canzoni a undici, dodici anni e hai chiamato salvifico quel rapporto con la musica. Che effetto fa cantare oggi parole scritte da una ragazzina?
È una sensazione catartica. Cantare e registrare per la prima volta, oggi che ho trent’anni, brani che ho scritto tanti anni fa mi mette in contatto con la mia parte adolescente. Sono cresciuta, inevitabilmente, e così questo lavoro diventa una vera interpretazione delle idee e del sentire di allora, che oggi rispetto e cerco di conservare senza giudizio.
La Marta teenager me la porto ancora dentro: non c’è mai stato un taglio drastico. Il mio progetto musicale attraversa il tempo, vive in continuità con le altre «epoche» della mia vita.
In As a Midnight Bird (in a Nightmare) hai dovuto spostare il refrain un’ottava sotto, perché la tua voce era cambiata. Che cosa hai perso e che cosa hai trovato in quell’ottava più bassa?
Quando ho registrato il mio primo disco ho trovato interessante dover adattare i brani a una voce diversa, più grave di quella che avevo quando li componevo. Ma non ho voluto rinunciare all’ottava alta: nel refrain ho sovrainciso la voce all’ottava alta su quella all’ottava bassa, che interpreta le parole del testo. Al mio orecchio quell’ottava alta suonava come un accompagnamento, forse un po’ angelico, della voce grave, «parlata».
Il titolo I Was Born Irregular viene dal ritornello di una canzone che hai lasciato fuori dal disco. Perché tenere la frase e rinunciare al pezzo?
I Was Born Irregular viene proprio dal ritornello del pezzo che canterò il 15 novembre. L’ho tenuto fuori dal disco perché l’arrangiamento, pensato per orchestra, sarebbe risultato piuttosto diverso dagli altri brani dell’album. Ho preferito aspettare il contesto giusto per quella canzone, che si intitola Embracing the Water.
La frase, però, mi evocava un’immagine forte, emblematica del vissuto che ho cercato di far emergere dai testi, per quanto astratti, e dalle musiche del disco.

Hai chiesto a tuo padre di arrangiare le tue canzoni. Com’è lavorare con un arrangiatore che conosce la tua voce da prima che tu cominciassi a cantare? C’è stato un punto in cui gli hai detto di no?
È stata un’esperienza incredibile, sul piano emotivo. Mio padre ha saputo interpretare i miei brani aggiungendo colori e interventi anche imprevedibili, ma rispettandone del tutto la natura originaria. Penso ad A Software in the Sea, dove ha previsto marimba, mandolino e arpa, che in certi momenti intervengono l’uno sull’altro. Non me lo sarei mai aspettato, e il risultato è stato geniale.
Ha la capacità, rispettosa, di dare il suo contributo, sempre personale e riconoscibile, senza snaturare né sovrastare le idee degli altri. Quando ho ascoltato i suoi arrangiamenti per la prima volta mi sono commossa: mi sono sentita profondamente riconosciuta.
Gli ho chiesto di rivedere soltanto l’arrangiamento di un pezzo, questa volta in italiano, che forse immaginavo in modo un po’ diverso. Ma è davvero un caso su tanti brani.
Hai detto che la batteria e l’elettronica di Giovanni Giorgi dovevano seguire la storia quasi come un film. Come si fa la regia sonora di un disco, traccia per traccia?
Quando è arrivato Giovanni Giorgi, secondo me quasi per magia, i brani erano già registrati in gran parte e le atmosfere c’erano già. Lui però ci ha messo colori e una forza che, per come la vedo io, hanno arricchito il potenziale delle canzoni, e l’ha fatto in modo estremamente creativo, senza limiti. Anche lui mi ha riconosciuta profondamente.
In pratica non so come si faccia, davvero, la regia sonora di un disco. Di certo è stato un lavoro corale, un po’ come un film, con tanti creativi. Io ho portato lo scheletro, la struttura ossea dei brani: le musiche e i testi. Poi mio padre li ha vestiti e colorati, e così Giovanni Giorgi, e così Paolo Fresu.
È bellissimo lavorare in gruppo, soprattutto quando ci si sente capiti.
Hai studiato armonia con Marco Tutino e con Marco Betta, voce e jazz al Brass Group di Palermo. Che cosa ti ha dato la disciplina della scuola, e dove hai scelto di disobbedirle?
Lo ammetto, temo di essere un po’ refrattaria all’insegnamento «tecnico» della musica: mi è sempre risultato ostico. Sono un’istintiva. Mi riconosco, metaforicamente, in quelle figure che hanno preso in mano una chitarra e hanno scritto seguendo soltanto l’istinto.
Ancora oggi non saprei dirti che cosa ho tratto dallo studio della musica. Forse, nella scrittura, sono sempre stata un po’ disobbediente.
Björk, Gentle Giant, Genesis, Patti Smith. Quale di questi dischi ti ha fatto capire per la prima volta che una canzone può rompere la propria forma?
Ascoltare Selling England by the Pound a diciassette anni è stata un’esperienza potente, come Riders on the Storm dei Doors a dodici, o Vespertine di Björk in quegli stessi anni.
Nel primo caso, la stagione del prog mi ha dato l’idea di una musica senza confini, senza limiti, che può parlarti nei modi e nei linguaggi più disparati, senza paura delle etichette, dei diktat, dei giudizi. E mi ha emozionato sapere che negli anni Settanta c’era un pubblico numeroso disposto ad amare quella libertà. Con Björk, invece, ho trovato fantastico scoprire che un’artista «pop» potesse rompere gli schemi del genere per spingersi nel territorio della sperimentazione.
Ecco, mi interessa la sperimentazione: la possibilità di uscire dai confini e dai programmi previsti per un genere e per un contesto. Mi interessano lo stupore, la ricerca.

Dici che quando componi ti guida il bisogno di stare vicino al lato selvaggio, ancestrale e catartico. Dove sta fisicamente quel lato mentre canti: nel respiro, nella gola, nello stomaco?
Sì: nel respiro, nella gola, nello stomaco. E nelle immagini. Immaginare situazioni, spazi, volti mentre canto mi aiuta a entrare in un’altra dimensione, a staccarmi dal mondo terreno e a diventare qualcosa di diverso. È il mio spazio di libertà più grande.
Vieni da Brera e dagli studi curatoriali della NABA, e dici che i tuoi testi evocano immagini più che raccontare storie. Scrivi una canzone come si monta un film o come si allestisce una mostra?
Credo che il cinema abbia influenzato l’atmosfera delle mie canzoni, e la mia stessa scrittura, più delle mostre che ho visitato. Non esiste un solo modo di realizzare una mostra o di presentare un’opera d’arte, ma sul piano sensoriale l’esperienza del cinema mi sembra più potente.
Dal cinema, però, non ho preso la centralità delle storie: ho preso la forza delle immagini. I miei testi si limitano a evocare storie attraverso immagini astratte, un po’ come se si accostassero frammenti presi da film diversi, che alla fine generano una narrazione immateriale.
Credo, in fondo, di non voler essere capita nel significato di ciò che racconto. Forse desidero che il significato rimanga segreto, e le immagini astratte mi aiutano a mantenere una forma di riservatezza.
Il video di Remembering Sadness è girato fra rovine lasciate da un terremoto. Perché macerie vere per una canzone sulla malinconia?
Le macerie evocano il dramma, la rottura violenta, l’interruzione con il passato. Nel brano, però, la malinconia si alterna all’ironia e alla marcia. Mi interessava capire come umori così diversi potessero dialogare con un’immagine inequivocabilmente tragica.

Villa Garibaldi, piazza Verdi, le campagne intorno a Menfi: la Sicilia è nel disco anche se non la nomini mai. Com’è Palermo quando la ascolti da Milano?
Quando l’ascolto, Palermo è visiva e insieme astratta. Riesco a «svuotarla» di ciò che vi succede davvero: la cronaca, le figure istituzionali, la politica, i musicisti, la sua gente, i mercati, i monumenti. In me è rimasto un umore, un’atmosfera, un sentimento legato alla città.
Hai intervistato tua nonna Letizia Battaglia e hai scritto un suo ritratto. Che cosa hai imparato dal suo modo di stare vicino alle cose per fotografarle, e ti serve quando scrivi musica?
Da mia nonna ho imparato, forse senza accorgermene, l’esigenza dell’arte: il bisogno inevitabile di servirmi dell’arte per raccontare me stessa. Non l’ambizione, non il desiderio di fama e di riconoscimento, ma la necessità di potermi esprimere, come il bisogno di bere, di mangiare, di essere amati.
Per il live pensi a un organico ristretto e ai campionamenti. Come si porta su un palco un disco pieno di sovraincisioni senza tradirlo?
È una domanda su cui mi sto ancora interrogando. Preferisco portare dal vivo l’album quando avrò trovato la forma migliore per farlo ascoltare senza snaturarlo.
Resto comunque aperta a qualsiasi suggestione, a qualsiasi idea. Trovo interessante la possibilità di dare ai brani nuovi vestiti e nuovi colori, un po’ come è successo con gli arrangiamenti, purché se ne rispettino l’impianto e le atmosfere originari.
Il 15 novembre sarai in Sala Santa Cecilia con l’Orchestra Notturna Clandestina. Che cosa porterai sul palco, e che cosa ti aspetti da una sala da concerto trasformata in rave?
Porterò con me Embracing the Water, un pezzo che ho scritto a diciannove anni, quando mi ero appena trasferita a Milano. L’ho composto in una stanza minuscola, e mio padre l’ha arrangiato per orchestra. Questo contrasto, una camera piccolissima e un organico enorme, oggi mi fa sorridere.
Nel testo immagino un mondo al di là dell’orizzonte, mentre mi trovo su una spiaggia del Mediterraneo. Spero che tutti questi elementi, il rave, l’orizzonte, il Mediterraneo, l’orchestra, la sala da concerto, persino la stanza piccola di Milano, possano compenetrarsi e diventare un tutt’uno.
