Enrico Melozzi
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Glenn Gould. Via Wikimedia Commons.

Los Angeles, 10 aprile 1964. Glenn Gould, trentun anni, il pianista più famoso del pianeta dopo il trionfo delle Variazioni Goldberg incise nel 1955, suona un recital al Wilshire Ebell Theatre: Bach, Beethoven, Hindemith. Nessun annuncio, nessun addio. Semplicemente, da quella sera, non suonerà mai più in pubblico. Gli restavano diciotto anni di vita: li passò tutti in studio di registrazione, di notte, a Toronto.

Le ragioni le spiegò lui stesso, in interviste e saggi, con la lucidità di un teorico. Il concerto, diceva, è uno sport sanguinario: la platea aspetta l’errore come al circo si aspetta la caduta, e l’interprete recita la parte del gladiatore. In studio, invece, si può cercare la perfezione senza testimoni, rifare, montare, scegliere: la tecnologia non è un ripiego, è uno strumento morale, che libera l’esecuzione dalla vanità e l’ascoltatore dal rito. Arrivò a profetizzare che il concerto pubblico sarebbe morto entro il Duemila, sostituito dai dischi e dalle trasmissioni: profezia sbagliata, ma di poco più audace di quel che lo streaming ha poi reso normale.

È la posizione esattamente speculare a quella di Celibidache, che dei dischi non voleva sapere: uno considerava vera solo la musica che accade una volta davanti a testimoni, l’altro solo quella costruita senza testimoni per durare. Avevano torto entrambi, per fortuna, e le due metà del torto disegnano per intero il problema dell’interpretazione moderna.

Restano di Gould le eccentricità, che erano vere e insieme erano un’armatura: la seggiolina di legno costruita dal padre, portata in giro per il mondo fino a consumarla; il cappotto e i guanti in piena estate; il canticchiare incontenibile che i tecnici del suono non riuscirono mai a togliere dalle incisioni. E resta il congedo più perfetto della storia della discografia: nel 1981, un anno prima di morire a cinquant’anni, tornò alle Goldberg e le reincise, lentissime dove nel 1955 erano state fulminee, pensose dove erano state insolenti. Due dischi con lo stesso titolo che sono due autobiografie: la giovinezza e il commiato, e in mezzo il silenzio più rumoroso che un interprete abbia mai scelto.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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