Enrico Melozzi
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Arcangelo Corelli nel ritratto di Hugh Howard. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Nel 1714 un editore di Amsterdam pubblica, postumi, i dodici Concerti grossi opera sesta di Arcangelo Corelli. Otto anni dopo, nel 1722, escono a Parigi il Trattato d’armonia di Rameau e a Lipsia il primo libro del Clavicembalo ben temperato di Bach; lo stesso anno è datato il più antico fortepiano di Cristofori che possediamo, e nel giro di quella manciata d’anni aprono le prime società di concerti a Londra e Parigi e Vivaldi pubblica le Quattro stagioni. Otto anni, una frustata. Alessandro Baricco, nella Breve storia eretica della musica classica che questa rivista sta attraversando a puntate, lo chiama il Big Bang: il momento in cui i cacciatori-raccoglitori di suoni, quelli della puntata precedente, inventano l’agricoltura. Corelli disegna i campi coltivati, la tonalità che dà a ogni concerto un centro e un ritorno; Rameau scrive le regole dell’agricoltura; il fortepiano diventa la macchina agricola che porterà quei raccolti in ogni salotto.

E poi c’è la pagina più gustosa del libro, quella in cui Baricco fa il gesto che dà il titolo all’opera: smonta il mito fondativo che lui stesso ha appena raccontato. Perché la storia del Clavicembalo ben temperato come detonatore del Big Bang, dice, è talmente bella che non è vera. Bach, nel 1722, era un onorato musicista di provincia che quasi nessuno conosceva fuori dalle sue corti: Mozart e Beethoven ne sapevano appena il nome, e per farne il padre fondatore bisognò aspettare l’Ottocento, che lo riscoprì perché cercava un padre. Non scrisse per il fortepiano, strumento che aveva provato senza entusiasmo. E, colpo finale, non amava il temperamento equabile: il suo ben temperato alludeva a un’accordatura più raffinata, il cui segreto non riveliò mai. Perfino l’idea dei preludi e fughe in tutte le tonalità aveva un precedente, l’Ariadne Musica di Fischer, da cui Bach prese in prestito perfino un paio di temi. La storia perfetta, conclude Baricco con la formula che vale il libro, a costo di molte imprecisioni racconta una cosa esatta: è la tecnica di ogni mito fondativo riuscito.

Perché questa pagina ci riguarda, e non solo come lettori. Perché la storia della musica che quasi tutti abbiamo in testa è fatta così: costruita a posteriori, con i padri eletti dai figli e le date sistemate per fare bella figura. Riconoscerlo non toglie nulla alla musica, toglie qualcosa solo alla pigrizia con cui la raccontiamo. È il mestiere che questa rivista prova a fare ogni giorno, Requiem compreso: distinguere la cosa esatta dalle sue imprecisioni gloriose. Il libro sta nella biblioteca di Melos, scaffale di storia e critica; e l’autore, per chi vuole stringergli la mano, il 15 novembre sarà su un palco romano di cui riparleremo presto.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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