Enrico Melozzi
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In ogni teatro d’opera c’è una persona che conosce lo spartito meglio del direttore, meglio dei cantanti e meglio del regista, e che sul manifesto non compare. Nel contratto italiano si chiama maestro collaboratore. Fuori dal teatro, quasi nessuno sa che esista.

Il mestiere si impara facendo una cosa che sembra impossibile e che invece è solo lunghissima da acquisire: suonare al pianoforte, a prima vista, una partitura d’orchestra. Non la riduzione stampata, la partitura. Venti righi, strumenti traspositori, chiavi antiche nelle voci, e due mani per far uscire qualcosa che assomigli a un’orchestra. Chi lo fa bene non suona tutte le note: sceglie in tempo reale che cosa è indispensabile, tiene il basso, tiene il ritmo, e con le dita che restano fa sentire al cantante l’attacco che gli serve. È una traduzione simultanea, e come tutte le traduzioni simultanee si giudica da quanto poco si nota.

Il lavoro comincia settimane prima delle prove d’orchestra. Il collaboratore fa le prove con i cantanti uno per uno, e in quelle stanze succede il novanta per cento di quello che il pubblico sentirà: si aggiustano le parole, si decidono i respiri, si sistemano i passaggi difficili, si impara la parte a memoria. Se il cantante è straniero, gli si corregge l’italiano sillaba per sillaba. Se è giovane, gli si insegna il ruolo. Se è famoso, si va dove dice lui e si prende nota, perché poi quelle scelte vanno riferite al direttore.

Poi ci sono le prove di regia, che durano settimane e in cui l’orchestra non c’è. In quelle sale il pianoforte è l’orchestra: parte, si ferma quando il regista alza la mano, riparte da una battuta a caso, ripete lo stesso passaggio quaranta volte mentre qualcuno decide da che parte entrare. Chi sta lì dentro, alla fine, ha suonato l’opera intera più volte di chiunque altro.

Le mansioni in scena sono la parte che nessuno immagina. Quando in un’opera si sente un coro che canta da lontano, o una banda dietro le quinte, o una campana, quella roba non la dirige il direttore d’orchestra: la dirige un maestro collaboratore, in piedi in un corridoio o dietro un fondale, che guarda un monitor o una lucina e deve stare insieme a un’orchestra che non sente bene. Nel finale secondo di certe opere ci sono tre gruppi separati che suonano cose diverse in punti diversi del teatro, e li tengono insieme delle persone invisibili. Se sbagliano di mezzo secondo, il pubblico se ne accorge e dà la colpa al direttore.

C’è poi il ruolo che è l’incubo ricorrente di tutti quelli che lo hanno fatto: seguire il cantante dal buio quando succede qualcosa. Un attacco mancato, una parola dimenticata, una pagina che salta. In quel momento qualcuno deve accorgersene prima di tutti e sistemare le cose senza che si veda.

La carriera, in Italia, funziona così. Ci si arriva dopo un diploma di pianoforte e spesso uno di composizione o di direzione, si entra come sostituto, si sta anni a fare le prove degli altri. Alcuni restano, e diventano i pilastri del teatro, quelli che sanno dove sta la parte di banda del 1912 e perché quel taglio si fa da sempre. Altri lo usano come strada per il podio, e infatti una quantità di direttori d’opera viene esattamente da lì: perché lì si impara l’unica cosa che al conservatorio non si insegna, cioè come funziona davvero il teatro quando le cose vanno storte.

Il fatto che vale la pena notare è un altro, ed è più interessante di una rivendicazione. In un paese che misura le persone con i titoli di studio, questo è rimasto uno dei pochi posti dove il titolo non conta niente. In sala di regia nessuno guarda il diploma: si guarda se l’attacco arriva, se la prova cammina, se il cantante impara la parte. È una bottega sopravvissuta dentro il teatro pubblico, con il maestro anziano e il sostituto che gli sta accanto per anni, e non a caso è da lì che continuano a uscire i direttori d’opera. Chi vuole capire come si formano davvero i musicisti in Italia non deve leggere i programmi dei conservatori. Deve guardare chi sta seduto al pianoforte alle undici di mattina in una sala prove, a ripetere la stessa pagina per la quarantesima volta.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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