Enrico Melozzi
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Prendiamo un criterio brutale e teniamolo fino in fondo: un pezzo conta come hit se una persona che non ha mai studiato musica lo riconosce entro cinque secondi, senza sapere di chi è. Non è un criterio nobile. È però l’unico che descriva davvero come funziona il repertorio, cioè quali venti minuti di musica su quattrocento anni sono arrivati fino alla sala d’attesa del dentista.

Con quel criterio, la maggior parte dei compositori che stanno nei manuali ha una hit sola.

Frontespizio dell Hexachordum Apollinis di Johann Pachelbel, Norimberga 1699
Di Pachelbel non è arrivato nessun ritratto sicuro. Resta il frontespizio dell’Hexachordum Apollinis, Norimberga 1699.

Pachelbel una: il Canone. Albinoni una: l’Adagio. Boccherini una: il Minuetto. Ponchielli una: la Danza delle ore. Mascagni una: l’Intermezzo. Dukas una: l’Apprenti sorcier. Bruch una: il primo concerto per violino. Rodrigo una: l’Aranjuez. Orff una: l’apertura dei Carmina Burana, che poi sono una cinquantina di minuti di musica di cui il mondo conosce novanta secondi. Widor una: la Toccata, e la suonano quasi solo alla fine dei matrimoni. Barber una: l’Adagio, che è il secondo movimento di un quartetto d’archi arrangiato per orchestra, e nessuno sa che esiste il quartetto.

Poi c’è la fascia sottile di quelli che ne hanno due o tre. Grieg due, Peer Gynt e il concerto per pianoforte. Saint-Saëns due, il Carnevale e la Danza macabra, e in mezzo ci sono tredici opere liriche che non risuona nessuno. Holst una e mezzo, perché Marte lo riconoscono tutti e Giove solo gli inglesi.

Sopra le cinque hit i nomi sono pochi, ma una mano non basta per contarli: ce ne vogliono due. Beethoven, Mozart, Bach, Vivaldi, Chopin, Verdi, Puccini, Rossini, Čajkovskij, Strauss padre e Strauss figlio. Sono undici nomi. Undici, su tutta la musica scritta in Europa dal Cinquecento a oggi.

Fin qui è un gioco da fare al bar. Diventa un articolo per due storie che stanno dentro l’elenco.

Ritratto di Tomaso Albinoni
Tomaso Albinoni. L’Adagio che porta il suo nome esce da Ricordi nel 1958, e non lo ha scritto lui.

La prima. L’Adagio di Albinoni non è di Albinoni. Lo ha scritto Remo Giazotto, musicologo romano e biografo di Albinoni, e lo ha pubblicato da Ricordi nel 1958 con un titolo che diceva quasi tutto: adagio per archi e organo su due spunti tematici e su un basso numerato di Tomaso Albinoni. Giazotto raccontò di aver ricavato quel frammento, poche battute di melodia e basso, dalla Sächsische Landesbibliothek di Dresda subito dopo la guerra. Il frammento non lo ha mai mostrato a nessuno, e i bibliotecari di Dresda non hanno mai trovato traccia che sia esistito. Il copyright era suo.

Quindi il compositore più suonato ai funerali d’Europa ha una hit sola, e non è sua. È di un uomo del Novecento che sapeva benissimo che con il proprio nome quel pezzo non lo avrebbe suonato nessuno.

Sergej Rachmaninov fotografato nel 1892
Rachmaninov nel 1892, l’anno del preludio. Quaranta rubli, una volta sola.

La seconda storia riguarda i soldi, e conviene guardarla bene perché è ancora attuale. Nel 1892 un ragazzo di diciannove anni scrive un preludio in do diesis minore e lo suona il 26 settembre a un’esposizione elettrica di Mosca. Si chiama Sergej Rachmaninov. L’editore gli paga quaranta rubli, il salario di due mesi di un operaio, e finisce lì, perché la Russia non aveva firmato la Convenzione di Berna e sui diritti d’autore non versava niente a nessuno. Quaranta rubli, una volta sola, per uno dei pezzi per pianoforte più suonati del secolo.

Non è nemmeno il peggio. Il peggio è che se lo portò dietro per quarant’anni. In America il pubblico lo chiamava le campane di Mosca, e nelle sale, alla fine dei concerti, gli gridavano do diesis finché non lo suonava. Lui lo chiamava il suo Frankenstein e diceva di aver desiderato molte, molte volte di non averlo mai scritto. Un uomo che ha composto tre sinfonie e quattro concerti ha passato mezza carriera a ripetere come bis un pezzo di quattro minuti scritto a diciannove anni, senza vederci un rublo.

Adesso mettiamola accanto alla musica leggera, perché il paragone dice più di qualunque commento.

Nel pop esiste una parola per questo: one-hit wonder. È una categoria riconosciuta, con un pizzico di compatimento dentro, e gli artisti che ci finiscono lo sanno. Poi ci sono i cataloghi: chi ha venti canzoni che chiunque canta, e vive di quello per sempre, perché i diritti scadono settant’anni dopo la morte e nel frattempo pagano ogni volta che un supermercato accende l’impianto.

Nella musica classica succede esattamente la stessa cosa, con due differenze. La prima è che a noi la parola non piace, e la chiamiamo repertorio. La seconda è che la hit non paga più nessuno: è pubblico dominio, e l’unico che non guadagna niente dal Canone di Pachelbel è Pachelbel.

Resta la domanda vera. Perché sopravvive quello e non un altro.

La risposta non ha molto a che vedere con la qualità, e chi lavora nel mestiere lo sa. Sopravvive quello che dura poco. Quello che si può staccare dal suo contesto senza rompersi, e infatti il Minuetto di Boccherini viene da un quintetto che non ascolta nessuno e l’Adagio di Barber da un quartetto che non ascolta nessuno. Sopravvive quello che serve a qualcos’altro: sposarsi, seppellire, fare pubblicità, chiudere un film. Sopravvive quello che si canta senza parole. E sopravvive, sopra ogni cosa, quello che qualcuno ha inciso al momento giusto, perché fino al 1900 il repertorio lo decidevano i direttori e dal 1950 in poi lo decidono i dischi.

Felix Mendelssohn ritratto da Eduard Magnus nel 1833
Felix Mendelssohn ritratto da Eduard Magnus nel 1833, quattro anni dopo aver rimesso in scena la Passione secondo Matteo.

C’è un ultimo dato che nessuno mette mai in fila. Di quegli undici nomi che stanno sopra le cinque hit, nove hanno scritto per il teatro o per la danza, cioè per un pubblico che pagava il biglietto quella sera e che poteva alzarsi e uscire. Gli unici che non l’hanno fatto sono Chopin e Bach, e Bach è arrivato fino a noi perché settantanove anni dopo la sua morte un ragazzo di vent’anni di nome Mendelssohn ha rimesso in piedi la Passione secondo Matteo.

Il repertorio è una classifica. Non l’ha compilata nessuno, non ha una redazione, e non si può fare ricorso.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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