Enrico Melozzi
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Efrem Zimbalist al violino. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Il suono caldo e ondulato degli archi, quello che per noi è il suono stesso del violino, per la maggior parte della storia della musica non è esistito. Il vibrato continuo, applicato a ogni nota come condizione di base del suono, è una conquista, o un vizio, del Novecento. Prima era un ornamento: si usava su una nota speciale, come si usa un aggettivo raro, e i maestri antichi mettevano in guardia dall’abusarne.

Le fonti sono esplicite e divertenti. Leopold Mozart, nella sua scuola di violino del 1756, di cui parleremo qui domani, descrive il tremoletto come effetto espressivo e poi annota, feroce, che ci sono esecutori che tremano su ogni nota come se avessero la febbre addosso. Quantz dice cose simili per il flauto, e per il canto la regola era la stessa: la voce ferma era la virtù, l’ondeggiamento un condimento. Per sentire come suonava quel mondo non serve immaginare: bastano le prime incisioni del Novecento. Joseph Joachim, il violinista di Brahms, registrato nel 1903, vibra poco e solo dove serve; le orchestre di inizio secolo suonano con un suono dritto che oggi ci pare nudo.

La svolta ha perfino un nome e un decennio: Fritz Kreisler, che tra i primi fece del vibrato continuo la sua firma, e gli anni Dieci e Venti, quando il grammofono cominciò a premiare i suoni che bucavano la tromba di registrazione. Il vibrato costante arrotonda, copre le piccole imprecisioni di intonazione, impasta le sezioni: l’orchestra moderna lo adottò come standard nel giro di una generazione, e a metà secolo nessuno ricordava più che era stata una scelta. Quando negli anni Settanta il movimento della prassi storica riportò in sala strumenti d’epoca e suono dritto, molti ascoltatori gridarono al sacrilegio: stavano difendendo come eterna una convenzione più giovane dei loro nonni.

La lezione vale oltre il violino. Quasi tutto ciò che in musica ci sembra naturale ha una data di nascita: il La a 440 è del 1939, il vibrato continuo dei primi del Novecento, perfino il silenzio in sala è un’invenzione recente. Saperlo non toglie il piacere: lo raddoppia. Si ascolta il suono, e insieme si ascolta la storia che l’ha reso possibile.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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