Enrico Melozzi
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Frontespizio dell’Estro Armonico di Antonio Vivaldi
Il frontespizio dell’Estro Armonico, opera terza, stampato ad Amsterdam da Estienne Roger nel 1711.

Nel 1711, ad Amsterdam, esce una raccolta di dodici concerti di un prete veneziano che non era mai stato in Olanda. Si intitola L’estro armonico, opera terza, e l’editore è Estienne Roger. Nel giro di pochi anni quei dodici concerti circolano in tutta Europa, arrivano in Turingia e finiscono nelle mani di un organista di ventisei anni che li smonta e li rimonta per tastiera. Da quel momento la musica strumentale europea ha una forma nuova, e quella forma viene da lì.

La prima cosa da guardare, sul frontespizio, non è il titolo ma il luogo di stampa. Vivaldi aveva pubblicato le prime due opere a Venezia, e Venezia stampava musica con i caratteri mobili, un sistema economico e brutto, con le note storte e le legature approssimative. Roger, ad Amsterdam, incideva su lastre di rame. L’incisione costa di più e permette tutto: le note stanno dove devono stare, le indicazioni si leggono, le parti si allineano. Vivaldi manda l’opera terza in Olanda perché ha capito che il libro fatto bene viaggia, e infatti viaggia.

La seconda cosa da guardare è che questo non è un libro, sono otto libretti. La musica strumentale del Settecento non si stampava in partitura, si stampava in parti staccate: un fascicolo per il primo violino, uno per il secondo, e via così. Nessuno, all’epoca, aveva sotto gli occhi il pezzo intero, nemmeno chi lo dirigeva. La partitura come oggetto di studio è un’invenzione ottocentesca. Chi comprava l’Estro Armonico comprava del materiale d’uso, da mettere sui leggii.

La dedica è a Ferdinando de’ Medici, gran principe di Toscana, ed è una scelta politica oltre che economica: Ferdinando era un mecenate musicale vero, teneva strumenti e musicisti a Pratolino, e una dedica a lui valeva come credenziale in tutta Italia.

Poi c’è la costruzione della raccolta, che è la parte più furba. Dodici concerti disposti in modo alternato: quattro per quattro violini, quattro per due, quattro per uno solo. Chi comprava trovava dentro lo stesso volume materiale per un organico grande e materiale per un gruppo piccolo, e poteva usarne una parte anche avendo pochi strumentisti. Non è un’antologia, è un catalogo di soluzioni.

Il contenuto tecnico che cambia le cose è uno solo, e si chiama ritornello. Vivaldi fissa uno schema in cui un materiale di tutti torna più volte, sempre riconoscibile e sempre in una tonalità diversa, e fra un ritorno e l’altro il solista fa un episodio che porta altrove. Detto così sembra poco. In pratica è la prima architettura in grado di reggere un movimento strumentale lungo senza appoggiarsi a un testo o a una danza, ed è l’antenata diretta della forma-sonata.

Chi lo capisce subito è Bach, che a Weimar trascrive per tastiera almeno sei concerti dell’opera terza. Per organo prende il numero otto in la minore e il numero undici in re minore, che diventano il BWV 593 e il BWV 596. Per clavicembalo prende il numero nove in re maggiore, il numero tre in sol maggiore e altri, che diventano il BWV 972, il 978 e compagnia. Trascrivere, per lui, era studiare: si prende un pezzo, lo si riscrive nota per nota su un altro strumento e alla fine si sa come è fatto dentro.

Il seguito è noto e ingiusto. Vivaldi muore a Vienna nel 1741 e viene dimenticato per quasi due secoli. Nell’Ottocento i suoi concerti sopravvivono nelle biblioteche soprattutto come oggetti bachiani, cioè come originali delle trascrizioni di Bach, e c’è una fase in cui gli studiosi tedeschi ne parlano come di materiale che Bach avrebbe migliorato. La riscoperta vera arriva negli anni Venti e Trenta del Novecento, quando riemergono i fondi manoscritti finiti a Torino.

Il libro del 1711, intanto, è rimasto. Ne esistono esemplari nelle biblioteche europee e le riproduzioni digitali sono di pubblico dominio, il che significa che chiunque, stasera, può aprire la stessa pagina che nel 1713 qualcuno stava leggendo in Turingia per capire come funzionava.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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